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E se fosse di sinistra? Chi glielo spiega ai manifestanti che molti dei pezzi che vanno a comporre il puzzle della riforma della scuola di Mariastella Gelmini sono "cose di sinistra"? Non solo perché lo ha dichiarato la ministra stessa, indicando in Barack Obama la sua stella polare («Sta proponendo per la scuola americana provvedimenti simili ai nostri», Corriere della Sera, 27 ottobre), o perché alcuni degli intellettuali progressisti abbiano mostrato qualche dubbio sulle agitazioni studentesche (Umberto Eco agli universitari: «è molto curioso che facciate una battaglia del genere per i baroni»), ma soprattutto perché sia i dati di partenza (Concita De Gregorio sull'Unità del 29 ottobre: «I numeri della Gelmini sono esatti») sia gli approdi cui vuole arrivare il centrodestra (classi ponte) sono idee partorite dal centrosinistra. Sostenitore della necessità di dover cambiare la scuola è, dal principio, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che, in occasione della cerimonia di apertura dell'anno scolastico, ha scandito: «Le condizioni del nostro sistema scolastico richiedono scelte coraggiose di rinnovamento: non sono sostenibili posizioni di pura difesa dell'esistente».
Già lo si riconobbe nel "Rapporto sulla revisione della spesa" reso pubblico nel 2007 dal fu ministro dell'Economia Tommaso Padoa-Schioppa. Vi si affermò che l'Italia è il paese che spende di più per la scuola in base al numero degli studenti (5.710 euro l'anno ad alunno a fronte dei 4.856 in Germania) e che è una bizzarria avere una media di 15 bidelli per istituto.
Anche l'ex ministro Luigi Berlinguer è tra i più decisi sostenitori della necessità di dare una sterzata al sistema. Si dice che abbia telefonato all'attuale inquilina del dicastero di viale Trastevere per incitarla («Vai avanti»), ma, al di là del gossip di palazzo, è chiara la sua linea. Lo ha ribadito anche sul Sole 24 Ore del 25 ottobre: «La scuola italiana deve essere cambiata, radicalmente, profondamente, da ora, nei suoi contenuti e metodi, ed è questo che ancora una volta rischia di saltare».
Esempio: il maestro unico. La sinistra, da sempre europeista, forse non ha mai studiato i sistemi vigenti nel Vecchio Continente. Solo in Italia vige il "modulo", in Francia, in Inghilterra, in Germania c'è il maestro unico. E nella Spagna di Zapatero? Idem. Tra l'altro, come ha fatto notare Michele Brambilla sul Giornale, fino a ieri era più d'uno, a sinistra, a sostenere la bellezza di avere una sola maestra come nei bei tempi che furono. «La prima e decisiva formazione civile era l'opera delle maestre. Erano loro a insegnare a leggere e scrivere, a fare le operazioni, a dire le preghiere, a stare seduti e alzarsi in piedi. (...) Ma quando l'antica maestra intera si scisse nelle tre maestre per due classi, per ragioni sindacali contro il crollo demografico, si minò un pilastro della nostra convivenza», Adriano Sofri, Repubblica, 3 giugno 2008. O ancora: «Qualcuno ha deciso che la maestra doveva moltiplicarsi e da una è diventata tre, e tre maestre sono diventate un viavai di volti, abbondanza e confusione, e forse qualcosa si è guadagnato e di sicuro qualcosa si è perso», Marco Lodoli, Repubblica, 27 maggio 2008. Anche Edgar Morin, consulente del ministro Fioroni ai tempi della riforma del centrosinistra, dichiarò a proposito del modulo: «Il nostro sistema d'insegnamento separa le discipline e spezzetta la realtà, rendendo di fatto impossibile la comprensione del mondo». E anche l'ex ministro dell'Università dei governi D'Alema e Amato, Ortensio Zecchino, disse: «Non resta che prendere atto dell'esistenza di uno schieramento che ha inteso privilegiare il momento sindacale, svalutando il momento formativo e culturale».

Voucher per tutte le famiglie
Le classi ponte sono state ribattezzate classi ghetto. Eppure i numeri dimostrano che gli studenti di origine straniera hanno un tasso di bocciatura assai elevato rispetto ai loro pari età italiani: +3,36 per cento alle primarie; +7,06 alle medie; +12,56 alle superiori. Per far fronte a questo problema fu il ministro Franco Bassanini a introdurle. Lo ha "rivelato" l'associazione di insegnanti Diesse: «Nel testo del Dpr 275/99 leggiamo, tra le altre cose: "Nell'esercizio dell'autonomia didattica le istituzioni scolastiche regolano i tempi dell'insegnamento e dello svolgimento delle singole discipline e attività nel modo più adeguato al tipo di studi e ai ritmi di apprendimento degli alunni. A tal fine le istituzioni scolastiche possono adottare tutte le forme di flessibilità che ritengono opportune"».
Forse la "cosa" più di sinistra che il governo Berlusconi ha fatto è stato tagliare i fondi alle paritarie. Grazie anche alle proteste e proposte di un gruppo di parlamentari Pdl, pare che il premier sia tornato sui suoi passi («Nella distribuzione delle risorse dei vari ministeri ho colto delle cose nella scuola privata che vanno corrette»). Rimane il fatto che anche a sinistra ci si inizia a chiedere se il buono scuola non sia una idea conveniente. Lo ha scritto Michele Salvati sul Corriere della Sera del 29 ottobre: «In assenza di buone scuole pubbliche sarà molto difficile e ingiusto rifiutare a famiglie non benestanti, ma che non vogliono mandare i figli alle cattive scuole pubbliche del quartiere o dell'area in cui vivono, sussidi o voucher per frequentare scuole private».
Che gli rimane da fare al povero Veltroni? Il governo ombra ha elaborato dieci proposte. Il professore Andrea Ichino, allievo di Mario Monti, le giudica così: «La montagna ha partorito un topolino... Chi si oppone ai tagli ha almeno l'onere di indicare in modo concreto e preciso come spendere meglio le poche risorse disponibili, ma la concretezza non è una virtù del governo ombra», ("Tagli e merito, per il Pd occasione mancata", Sole 24 Ore, 31 ottobre). E un altro intellettuale super partes come Luca Ricolfi ha sintetizzato così la questione ("Due patti scellerati", La Stampa, 30 ottobre): «La destra al governo sta facendo con la consueta ruvidezza molte cose che la sinistra stessa, magari con più garbo, avrebbe fatto se ne avesse avuto la forza, il tempo e il coraggio (ad esempio, il rispetto delle norme Bassanini sul numero minimo degli allievi per la scuola, varato dal centrosinistra ben 10 anni fa)». Quindi? Sbagliato protestare contro una scuola ridotta in macerie? No, scrive Ricolfi, solo che i ragazzi «indirizzano la loro ira verso il bersaglio sbagliato. Se fossero calmi e lucidi avrebbero già capito che il futuro non glielo ruba la Gelmini, ma glielo hanno già rubato molti degli adulti al cui fianco marciano con tanta convinzione»

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