di Piero Vassallo
A differenza dei politici che, in vari ambiti, hanno dominato la scena del Novecento italiano (Luigi Sturzo, Benito Mussolini, Antonio Gramsci, Alcide De Gasperi, Palmiro Togliatti, Aldo Moro), Silvio Berlusconi non può vantare una profonda conoscenza della filosofia.
Per mezzo del buon senso e della buona cultura, il premier ha tuttavia ovviato alla mancanza di vaste letture specialistiche, dimostrando di conoscere e di saper indicare, con esattezza e con semplicità da comunicatore, i punti cardinali, che limitano l’area di una filosofia fedele alla migliore tradizione italiana: la benignità senza confini e il ragionevole ottimismo.
L’ottimismo nasce dal retto uso della ragione, che contempla l’evidente bontà del creato e la sua disposizione al bene dell’umanità.
Ora nel ritratto delle due fondamentali virtù del politico, la benevolenza e l’ottimismo, sono in qualche modo visibili, per contrasto, i due vizi opposti, ossia l’odio dei presunti eletti contro i presunti reietti e l’incuboso pessimismo .
Sono i due fantasmi sopravvissuti al passato ideologico e incombenti sul pensiero debole, la desolata radura in cui la storia ha gettato i cascami delle rivoluzioni anticristiane.
La filosofia politica, in definitiva, è lo sviluppo e l’approfondimento di due coppie di irriducibili opzioni fondamentali, le opzioni che contemplano l’ordine e la bellezza del creato e imitano l’amabilità del Creatore e le opzioni che credono di vedere un disordine intrinseco al creato e perciò negano il Creatore progettando la redenzione del mondo per mezzo dell’odio e della chirurgia correttiva.
Il pessimismo è il dettato dell’angoscia, che ha inutilmente tormentato il pensiero dei maestri del sospetto, Marx e Freud, (maestri recentemente superati e sostituiti, su indicazione del guru Eugenio Scalfari, da un lugubre terzetto, costituito dai nichilisti Leopardi, Schopenhauer e Nietzsche).
L’odio che agitava gli eletti, ad esempio i giardinieri giacobini, che fecondavano i solchi del progresso con il sangue impuro dei refrattari, dopo il transito per i quartieri alti e superbi della filosofia hegeliana e marxiana, è ultimamente disceso all’umiliante livello della televisione travagliata e del comizio nella suburra giustizialista.
Poiché il pensiero progressista danza il can-can nell’obitorio, si deve escludere l’esistenza di una seria alternativa al disegno culturale di Berlusconi. Al panorama ideologico indicato da Berlusconi, infatti, non si vedono altre alternative che il giornalismo epilettico e la giustizia urlante.
La sinistra è perdente proprio sul piano delle idee, dove il salotto buono squaderna ruggenti spocchie e granitiche presunzioni di superiore lucidità.
Il furore contro Berlusconi ha, appunto, origine dall’incapacità di capire le ragione del consenso attribuito dalla maggioranza degli italiani agli elementari concetti di Berlusconi. Incapacità che alza un grido di dolore degli intellettuali contro il popolo italiano: “Noi siamo l’intelligenza, e tu, popolo ignorante e cialtrone, voti per il rozzo cavaliere di Arcore?”
Ultimamente lo sconcerto degli intelligenti, si rovescia nel moralistico ruggito dei topi televisivi. Recita un antico proverbio indiano: gratta il moralista e vedrai uscire il mascalzone. Gratta il mascalzone e vedrai lo sconvolto.
Purtroppo il moralismo dei topi squittenti dal piccolo schermo, oltre a eccitare i risentiti e gli instabili di tutte le risme, incanta la cupidigia d’avventura degli apprendisti intellettuali, parcheggiati nella destra debilitata dalla frequentazioni del pensiero francese a fumetti.
Affanno pulsante nel pensatoio intitolato “Fare futuro”, la ricerca dell’intesa strategica con la sinistra liquefatta suggerisce, infatti, il rilancio dei progetti ecumenici e manfrini – quelli riassunti dallo slogan di De Benoist et destra et sinistra, che geniale soluzione a tutti i problemi del mondo!
Slogan che non ha un miraggio diverso da quello che attirò il Msi di Pino Rauti verso l’orlo dell’estenuazione mentale e dell’estinzione politica.
Quando si capirà la struttura zavorrante del progetto elucubrato dagli intellettuali di “Fare futuro” sarà finalmente chiaro che la loro minacciata scissione (e il congedo del loro allampanato ispiratore) sarà un guadagno per il centrodestra e per l’Italia.
Il centrodestra, infatti, di una seria e coraggiosa riflessione sulle autentiche radici della civiltà italiana, non dei cappi che l’agonizzante cultura di sinistra gira intorno ai pensierini degli aspiranti al suicidio politico, radunati nel club “Fare futuro”.
Indispensabile è una squadra di studiosi intesi a commentare, approfondire e sostenere le realistiche intuizioni che alimentano il partito di Berlusconi. Una squadra capace di capire, anzi tutto, che l’alternativa a Berlusconi non è la frivolezza rampante nella falsa destra, ma il nichilismo di Emma Bonino, plastico riassunto delle catastrofi moderne in libera, uscita dai dipinti incubosi di Hieronymus Bosch.
E di qui procedere al recupero della tradizione italiana sequestrata dagli intellettuali e deturpata dal vandalismo dei comunisti e dalla pusillanimità dei cattolici progressisti. “