Ho partecipato alle Settimane Sociali di Reggio Calabria con la convinzione che avrei fatto una bellissima esperienza. Sono giunto nella Città dello Stretto con l’idea che l’Agenda di speranza per il futuro del Paese portasse con sé il valore di un progetto sociale e coerentemente tracciasse un percorso di attuazione. Il messaggio di Papa Benedetto XVI e la prolusione del cardinale Bagnasco mi hanno colpito nel nuovo modo di proporre la difesa della vita in tutta la complessità della sua manifestazione umana.
Ho seguito con vivo interesse i lavori del gruppo incaricato di analizzare il capitolo dedicato a “completare la transizione istituzionale”, convinto che alcune intuizioni del Comitato scientifico andassero in questa direzione. Alludo al numero 30 del documento preparatorio dell’Agenda, quando si afferma “la responsabilità per il bene comune non può che esprimersi affrontando il problema del dare completamento alla transizione istituzionale in corso” e, poi, “la responsabilità per il bene comune ci spinge ad andare avanti: ‘i cattolici non possono affatto abdicare alla vita politica’, anch’essa vero atto d’amore al bene comune.” Inoltre, al numero 31, ove si evidenzia la presa in carico di una nostra responsabilità di cattolici: “come cattolici, non possiamo guardare alla transizione delle istituzioni politiche con gli occhi dell’osservatore esterno” e, infine, una individuazione di alcuni dei temi caldi della riforma istituzionale del Paese, ossia “come consentire, in modo pieno e trasparente, agli elettori di scegliere leader e partito (o coalizione) di governo prima del voto, per permettere un chiaro e immediato giudizio retrospettivo e prospettico dei governati sui governanti? Come consentire a chi governa di disporre, con equilibrio ma senza incertezze, degli strumenti appropriati per una rapida e trasparente gestione dell’indirizzo politico? Come garantire all’opposizione parlamentare visibilità e prerogative specifiche nei confronti del governo e della maggioranza? Come regolare, secondo il canone della trasparenza e non del solo divieto, la complessa questione del finanziamento della politica?”
Gli interventi degli illustri relatori su questi punti sono stati decisi nel chiedere una cesura con questo recente passato sociale, economico e politico della nostra storia nazionale, pennellando soluzioni prudenti circa eventuali scenari di ripresa del movimento cattolico. Se aspettavamo una risposta più decisa dallo specifico laboratorio, a cui hanno partecipato oltre 150 cattolici, tra semplici cittadini, funzionari, parlamentari, amministratori, assieme anche a parroci e vescovi, essa non c’è stata. Nei tre minuti e qualche spicciolo di secondo, concesso a ciascuna persona di questo popolo di Dio, è stato espresso molto sentimento, tanto disagio, grandissima preoccupazione. Una molteplicità di mini analisi, ognuna a sé valida, ma slegata dalla grande risposta che cercavamo, o meglio, chi dovrà dare attuazione alle soluzioni che i cattolici di Reggio Calabria hanno prospettato. Queste mini analisi “scientifiche” hanno espresso, a mio avviso, un’ulteriore debolezza: il senso della babele nell’uso del linguaggio. Si è spesso fatto richiamo ai concetti di solidarietà, sussidiarietà, anche orizzontale, corpi intermedi, bene comune; qualcuno ha accennato a una minima riforma della Carta Costituzionale, altri ad una nuova democrazia della partecipazione che superi rispettivamente il centralismo, il clientelismo e il berlusconismo. Ma era del tutto evidente che c’era (e c’è) sottostante, un problema di significati comuni da attribuire a questi termini, di condivisione nell’interpretazione concettuale e, anche, una qualche discordanza con la stessa dottrina sociale. Si sono sentite le antiche divisioni tra cattolici sociali, democratici, popolari, liberali e conservatori. Strutture in qualche caso superate che, incuranti della crisi della Nazione, esprimono un linguaggio del passato, che ha portato alcune responsabilità nel suicidio della Democrazia Cristiana e, con essa, della Prima Repubblica. Un ragionare teorico per differenze che non può contribuire a unirci, attuare una soluzione unitaria di responsabilità, innanzi all’aggravarsi della crisi morale e materiale della nostra Italia.
La domanda che mi assilla è se questi differenti linguaggi siano il mezzo per tenerci divisi, irrimediabilmente distanti? Altro che comune richiamo al senso di responsabilità che discende dalla lettura del numero 531 del Compendio della dottrina sociale della Chiesa: “La dottrina sociale deve essere posta alla base di un`intensa e costante opera di formazione,soprattutto di quella rivolta ai cristiani laici. Tale formazione deve tener conto del loro impegno nella vita civile: «spetta a loro, attraverso la loro libera iniziativa e senza attendere passivamente consegne o direttive, di penetrare di spirito cristiano la mentalità e i costumi, le leggi e le strutture delle loro comunità di vita». Il primo livello dell`opera formativa rivolta ai cristiani laici deve renderli capaci di affrontare efficacemente i compiti quotidiani negli ambiti culturali, sociali, economici e politici, sviluppando in loro il senso del dovere praticato al servizio del bene comune. Un secondo livello riguarda la formazione della coscienza politica per preparare i cristiani laici all`esercizio del potere politico: «Coloro che sono o possono diventare idonei per la carriera politica, difficile ma insieme nobilissima, vi si preparino e cerchino di seguirla senza badare al proprio interesse e al vantaggio materiale».
Se, come è giusto, senza guardare al nostro particolare interesse e vantaggio materiale, vogliamo assumere coerentemente i doveri e le responsabilità che discendono dall’Agenda sociale, dobbiamo rispondere anche a queste ulteriori domande. È ipotizzabile affidare quest’Agenda di speranza a coloro che sono la causa o concausa del degrado nazionale? È coerente ritenere che costoro possano prendere in considerazione tutte o soltanto alcune di queste risposte di giustizia sociale e di democrazia istituzionale? Non sembra che sia tradimento delle nostre responsabilità di cattolici delegare questo progetto sociale ai contorti programmi delle formazioni di coalizione che, attualmente, sono legittimate dal voto a occupare la scena politica? Non abbiamo già avuto la prova che i pochi e spesso isolati esponenti che si richiamano alla nostra Fede mancano della forza materiale (i numeri) e dell’organizzazione politica (partito) per determinare o promuovere, l’attuazione di questo progetto di sviluppo sociale? Da cattolici non abbiamo già avuto dalla storia nazionale tre prove circa la necessità di trovare un quadro di unione tra cattolici cooperanti per superare le crisi nazionali (“Non expedit”, nascita del Partito Popolare, Camaldoli)? Cosa crediamo che ci possa essere di diverso tra la distruzione della Nazione per via materiale (tirannie e eventi bellici) e per dissipamento del capitale morale e umano?
Da studioso di Luigi Sturzo voglio offrire una riflessione del sacerdote calatino. Era il 1959, tempo ritenuto assai grave da don Sturzo, a causa della crisi nazionale dovuta all’assistenzialismo di Stato, alla deriva della sinistra Dc, allo statalismo di Mattei, alle incongruenti azioni del milazzismo siciliano. Ebbene Sturzo chiamava all’unità i cattolici impegnati in politica. Egli affermò che “l`unione politica dei cattolici non è mai stata completa, né perfettamente organica, né con preminenti finalità nazionali, economiche e sociali. Si è trattato di organizzazioni politiche a finalità anche religiose, o viceversa di organizzazioni a carattere religioso con finalità di difesa anche nel campo politico. Ma mentre la religione unisce la politica divide; ovvero la politica occasionale unisce e la visione religiosa dispaia: questa è stata sempre nella storia della Chiesa. Però, venuto il momento di una difesa suprema sia della nazione pericolante o aggredita, i cattolici han fatto fra i primi il loro dovere; sia della difesa aperta della Chiesa minacciata ed offesa nella sua fede e nella sua organicità e autorità, i cattolici si sono schierati per questa, subendone le conseguenze fino al martirio. - C`è oggi un pericolo per la Patria? Sì. - C`è oggi un pericolo per la fede? Sì. - I due pericoli coincidono? Sì.”
E nel coraggio delle sue battaglie dovette sopportare con carità le critiche degli avversari che lo avevano isolato nella lotta per il bene comune, rispondendo a costoro che non aveva paura alcuna, di richiamare i cattolici all’impegno politico unitario: “Non resta che compatirli e augurare che trovino in argomenti meno passionali e più etici, meno sentimentali e più tecnici, meno infantili e più maturati, la via per non rendere profondo ed insanabile il dissidio fra cattolici, quando il pericolo esige l`unione di intenti e la cooperazione delle forze.” (L. Sturzo,Unione politica dei cattolici; L’Eco di Bergamo, 8 marzo 1959. In O.O., s.II, vol. XIV, p.403)
Esiste oggi un pericolo di disgregazione morale, sociale, culturale, religiosa, economica, finanziaria e politica della nostra Nazione? Tralasciando la questione del berlusconismo e del conflitto di interessi, come modello oramai tristemente comune a tutte le parti, centrali o locali, di intendere la politica, possiamo guardare alla cronaca comune. Credo che ciascuno di noi sia angosciato per la serie continua di omicidi legati a motivi futili e abietti, truffe finanziarie di ogni genere, capitalismo senza regole, tassi di evasione fiscale mai visti, abbandono della crescita culturale nazionale, corruzione nelle pubbliche amministrazioni, localismo accentuato con rigetto della solidarietà tra comunità vicine, rigetto del valore dell’accoglienza verso gli stranieri. Tutto lede la dignità delle persone, incrina la tenuta delle famiglie, spezza le catene sociali intrecciate ai diritti e ai doveri. È espressione significativa della nostra crisi spirituale, dell’allontanamento dall’amore di Cristo, della Carità come guida della vita morale e sociale, civile e religiosa, naturale e soprannaturale.
È per questi motivi che mi spingo oltre la barriera di ciò che è comodo e propongo agli amici dei movimenti e delle associazioni cattoliche di fare comunità cristiana e, superate le barriere delle forme, cooperare nell’intento di contribuire unitariamente a salvare la Patria, la Chiesa e la nostra Fede. Parliamo di cooperazione e lanciamo l’idea della nascita di un “polo di ispirazione cristiana” che ponga a base il progetto sociale dell’Agenda della speranza e un programma di collaborazione politica su quelle azioni che porti a sintesi le cinque diverse posizioni tra cattolici sociali, democratici, popolari, liberali e conservatori, contribuendo a una condensazione ideale su due aree organizzate all’interno di un unico polo. Ciò potrebbe servire a far comprendere al popolo di Dio che c’è un modo nuovo di fare bene comune e che nasce dalle cose concrete e dallo spirito di servizio con cui i nostri movimenti e associazioni cattoliche affrontano le giornaliere difficoltà di fare volontariato o impresa sociale, si battano per il rispetto della dignità della persona umana, invocano il senso della legalità. Un messaggio che sia in grado di penetrare nelle parrocchie e negli oratori e mobilitare le coscienze su questa nuova battaglia di umanesimo integrale e solidale. Una vocazione politica che possa selezionare e candidare quella nuova classe di politici cattolici, richiamata da tempo dal nostro Papa Benedetto XVI. Una nuova classe dirigente del Paese che dovrà essere accompagnata dalla gerarchia ecclesiastica nello sforzo di incivilimento complessivo del Paese, o meglio nell’unione tra Vangelo e cultura, cioè nella concreta evangelizzazione delle scelte sociali. È tutto ciò l’utopia di una nuova rivoluzione cristiana?
Gaspare Sturzo
© http://www.piuvoce.net/newsite/index.php - 3 novembre 2010