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La memoria senza volto del comunismo
Nel 1945 l’esercito russo occupò vasti territori dell’Europa. Nei Paesi dove i precedenti governi erano nazionalsocialisti l’Armata rossa entrò da vincitore con il diritto del bottino di guerra. Molte furono le vittime di rappresaglie, tra cui numerosi sacerdoti e suore. Per l’esercito russo la Chiesa era consapevole delle tragedie causate dai nazionalsocialisti e per questo molti sacerdoti furono uccisi già nei primi giorni dopo la liberazione. Successivamente la Chiesa e la religione furono declassate a strumento di manipolazione delle coscienze, per questo il nuovo sistema ateo doveva liberare la società dall’influenza della Chiesa. Fu l’inizio di nuove persecuzioni e altre vittime si contarono nei Paesi del blocco sovietico.
A questi martiri, silenziosi e per lo più sconosciuti eroi della fede, è stata dedicata stamani una delle relazioni del convegno di studio “Storie e memorie. Illusioni d'immortalità?” organizzato a Roma dall’Associazione Archivi Ecclesiastici in collaborazione con la Pontificia Università Gregoriana, l’Associazione dei Professori di Storia della Chiesa e l’Ordine dei Ministri degli Infermi. Nel suo lungo e dettagliato intervento - che riporto integralmente di seguito, ma che può essere letto anche in un’ampia sintesi nell’edizione odierna de “L’Osservatore Romano http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/text.html#13– Jan Mikrut, della Pontificia Università Gregoriana, ricostruisce la complessa situazione delle persecuzioni comuniste partendo dall’analisi del martirio cristiano in Europa, dando voce a “le memorie senza volto del comunismo”.
Il Cardinale Franz König fu un grande protagonista dell’elezione papale dell’arcivescovo di Cracovia, Karol Wojtyla, dopo l’improvvisa morte di Giovanni Paolo I, il 16 ottobre 1978. Il Cardinale di Vienna conosceva bene, anche grazie ai contatti con l’arcivescovo di Cracovia, la complicata situazione della Chiesa, non solo nei paesi governati dai comunisti in Europa, ma anche nel resto del mondo. L’elezione papale di Karol Wojtyla fu per Franz König una conferma delle sue numerose iniziative diplomatiche compiute in nome della Santa Sede. Nell’agosto 1980, all’età di 75 anni, il Cardinale Franz König rassegnò le proprie dimissioni da Arcivescovo di Vienna nelle mani di Giovanni Paolo II, ma solo nell’ autunno 1985, cinque anni dopo, fu nominato il suo successore.
Ho conosciuto personalmente il Cardinale Franz König ed ho potuto condividere con lui alcuni momenti degli incontri privati ed ascoltare i suoi racconti. Anche da arcivescovo emerito König fu soprattutto un sacerdote vicino alla gente e ai suoi problemi. Grande studioso ed intellettuale, era profondamente convinto che la religione è parte essenziale della persona umana e non deve essere spostata al margine delle attività degli uomini. Dopo la sua dimissione canonica come pastore della Chiesa di Vienna, avvenuta il 16 Settembre 1985, fu ancora per quasi venti anni aperto alle necessità dei credenti dell’archidiocesi, cercando di rispondere alle domande essenziali di ogni uomo: da dove sono venuto? Chi sono? Dove vado? Che senso ha la mia vita? Il Card. Franz König è deceduto sabato 13 marzo 2004 alle ore 3.00 nella casa per anziani gestita dalle Suore ed è sepolto nella cripta della cattedrale di Santo Stefano a Vienna.
Il 24 giugno 2010 è stato aperto nell’Archivio dell’Archidiocesi di Vienna il "Kardinal-König-Archiv". Per gli studiosi sono stati messi a disposizione 2.000 cartoni, contenenti il prezioso materiale riguardante la vita del cardinale fino al 1958. Oltre alla biblioteca privata del cardinale sono stati messi a disposizione documenti personali, fotografie e lettere. L’archivista capo dell’archidiocesi e la collaboratrice personale del cardinale, Annemarie Fenzl, sottolineavano nel discorso di apertura che, dopo la catalogazione digitale del materiale, tutti i documenti saranno messi a disposizione dei ricercatori. Nel suo discorso il presidente della Repubblica Austriaca Heinz Fischer ha definito il cardinale Franz König non solo come un uomo della Chiesa, ma un convinto europeo ed un grande cittadino del mondo.
Il ventesimo secolo, caratterizzato dai grandi totalitarismi - il comunismo ed il nazionalsocialismo - ha lasciato fino ad oggi prove tangibili del grande coraggio nella fede dimostrato da numerosi martiri che, col sangue, dimostrarono il loro legame con Cristo e con la Chiesa. Ecco, noi oggi tenteremo, nel breve tempo a nostra disposizione, di dare un volto ed un nome a qualcuno di questi testimoni ridotti al silenzio con brutalità. Molti di loro furono anche studenti di questa nostra Università.
Fautore della riscoperta dell’importanza del martirio nella chiesa del XX secolo fu senza dubbio Giovanni Paolo II: la sua origine polacca faceva di lui un teste qualificato degli orrori del nazionalsocialismo e del comunismo. Nella Lettera apostolica Tertio millennio adveniente il Pontefice ricordava che la Chiesa nacque dal sangue dei martiri. La crescita, lo sviluppo della Chiesa, fu possibile grazie a quella semina di martiri e di santità che caratterizzarono le prime generazioni cristiane. Al termine del secondo millennio, la Chiesa è diventata nuovamente Chiesa di martiri.
Giovanni Paolo II ha sottolineato la necessità di riscoprire la memoria dei martiri e la loro testimonianza. I martiri cristiani sono coloro che hanno annunciato il Vangelo dando la vita per amore. Questa testimonianza dei martiri cristiani doveva essere riscoperta di nuovo dalla Chiesa proprio adesso, quando il XX secolo, così ricco di grandi eroi della fede, volgeva al tramonto. Il martire è un grande testimone di Cristo e, soprattutto ai nostri giorni, è segno visibile di quell’amore che riassume ogni altro valore.
La sua richiesta fu ben accolta e le chiese nazionali e gli ordini religiosi iniziarono a preparare le liste ed a raccogliere i documenti ancora esistenti sui propri martiri. Furono scritte così le prime biografie dei martiri e personaggi famosi nei diversi paesi del mondo ed i nuovi martirologi che si stavano preparando per il Grande Giubileo si tradussero di fatto in una lunga lista di eroi cristiani. Le Conferenze episcopali, la Chiesa ortodossa e alcune Chiese evangeliche e la Chiesa anglicana prepararono così gli elenchi dei nomi dei testimoni di Cristo. Fino al 31 marzo 2000 furono registrati presso la Commissione Nuovi Martiri a Roma ben 12.692 testimoni di Cristo, ma nei mesi seguenti il numero crebbe ancora e furono pubblicati numerosi martirologi con circa 16.000 biografie dei martiri del ventesimo secolo. La Chiesa cattolica insieme con le altre Chiese cristiane, voleva riflettere e far riflettere sulla sanguinosa storia del XX secolo e sul grande coraggio dimostrato dai testimoni di Cristo.
Nelle statistiche preparate della Commissione Nuovi Martiri per il Grande Giubileo del 2000 si contano 12.692 martiri, così ripartiti: dall’Europa 8.670, dall’Asia 1.706, dall’Africa 746, dall’America del nord e del sud 333, dall’Oceania 126. Un gruppo particolare è dato dai 1.111 martiri dell’Unione Sovietica. Nella statistica della vecchia Europa si contano 3.970 preti diocesani, 3.159 religiosi e religiose, 1.351 laici, 134 seminaristi, 38 vescovi, 2 cardinali, 13 catechisti. In totale in Europa abbiamo avuto 8.667 testimoni di Cristo. Nel contesto mondiale tra i martiri si annoverano 5.173 preti diocesani, 4.872 religiosi e religiose, 2.215 laici, 124 catechisti, 164 seminaristi, 122 vescovi, 4 cardinali e 12 catecumeni.
La storia della chiesa del XX secolo è molto complessa, legata ai percorsi storici dei vari Paesi del mondo. Il martirio cristiano aveva varie cause ed era diverso in Europa, in Africa o in Asia. Il persecutore era generalmente un rappresentante del sistema politico nel Paese, contrario all’ideale cristiano della società. Così possiamo parlare di diversi gruppi di martiri, come ad esempio i martiri del comunismo in Unione Sovietica, in Messico, in Cina e in Spagna. Gli storici confermano senza difficoltà che non c'è stato nella storia dell’umanità un secolo più drammatico, sanguinoso e cruento del XX secolo. Proprio il XX secolo è stato il periodo dei totalitarismi, delle due guerre mondiali, delle Rivoluzioni, dei tragici genocidi, alcuni come in Bosnia-Herzegovina molto vicini a casa nostra, e infine delle infinite persecuzioni religiose. Tra tutte le tragedie sopra accennate, la persecuzione più grande fu la battaglia organizzata contro il cristianesimo dal comunismo internazionale. Solo il Libro nero del comunismo curato da Stéphane Courtois offre una provvisoria statistica di 85 milioni di morti causati dal totalitarismo comunista.
I principali teorici del sistema comunista non hanno nascosto il particolare odio verso le religioni. I più influenti filosofi del comunismo provenienti dalla Germania, Karl Marx ed Friedrich Engels, hanno definito la religione come oppio del popolo. Il rivoluzionario russo Vladimir Ilicz Uljanow Lenin la chiamava acquavite spirituale; Antonio Gramsci, politico e filosofo italiano, uno dei fondatori del partito Comunista d’Italia, chiamava la religione puro narcotico per le masse popolari.
L'ateismo militante, nato come conseguenza della rivoluzione russa del 1917, costituì parte integrale del nuovo sistema in Unione Sovietica. Ogni bene di proprietà della Chiesa, seminari, scuole, orfanotrofi, ospedali, vennero confiscati dallo Stato. Fu vietata ogni forma d’insegnamento della religione, come pure l'uso visibile di simboli religiosi, come icone e croci. Le funzioni religiose, da sempre festeggiate nelle chiese, come per esempio i matrimoni e i funerali, dovevano essere prive di ogni riferimento religioso e celebrate negli uffici comunali. Numerose cattedrali e chiese destinate al culto divino furono trasformate in magazzini, sale cinematografiche e altre strutture pubbliche e persino musei dell’ateismo. L'insegnamento dell'ateismo venne reso obbligatorio nelle Università e nelle scuole.
In Russia con la rivoluzione cadde il vecchio impero zarista e nacque l’Unione Sovietica governata da un regime comunista. In questo contesto un’enorme schiera di cristiani fu chiamata a testimoniare sino all’effusione del sangue la fede cristiana. Solo a partire dal 2000 sono state celebrate dal Patriarcato di Mosca le canonizzazioni di oltre un migliaio di martiri di quel periodo, capeggiati dall’ultimo zar Nicola II e dalla sua famiglia.
In Russia vivevano da secoli anche altre confessioni cristiane, oltre ad ebrei e musulmani; ma chiunque non condivideva la nuova ideologia atea dei comunisti doveva essere segregato con forza dalla società. Nascono così i cosiddetti GULAG, dal russo Direzione principale dei campi di lavoro correttivi. Il numero di morti nei Gulag è ancora oggetto di indagine: una stima provvisoria parla di tre milioni. L’incredibile persecuzione dei numerosi oppositori politici è ben nota anche grazie alle pubblicazioni scritte dagli stessi detenuti, il più famoso dei quali fu Aleksander Solženicyn, che nella sua famosa opera Arcipelago Gulag ha raccontato la tragedia dei detenuti, ha fatto conoscere la parola Gulag e l’esistenza stessa di questi campi.
La chiesa ortodossa russa contava nel 1917 circa 210.000 membri del clero, 100.000 monaci ed oltre 110.000 preti diocesani. Circa 130.000 furono fucilati nel periodo 1917-1941. Dei 300 vescovi presenti nel 1917 in Russia, 250 di loro furono fucilati. Gli altri membri del clero sopravvissero in diverse prigioni e campi di concentramento, sottoposti ad ogni genere di persecuzione. Nel 1941, nel primo periodo della guerra con la Germania, si trovavano in libertà solo 4 vescovi. E’ difficile presentare un numero preciso delle vittime, secondo le valutazioni il numero totale oscilla tra 500.000 e un milione. Secondo le valutazioni degli storici russi la cifra dei martiri e confessori per la fede è intorno alle 9.000 persone.
Sul territorio dell’Unione Sovietica c’erano anche altre confessioni cristiane. Tra loro i cattolici di rito romano e bizantino. Nel 1917 vivevano in Russia circa 2 milioni di cattolici con circa 1.000 sacerdoti e 6.400 chiese. I cattolici romani sono stati perseguitati come la minoranza straniera. La maggior parte dei cattolici presenti su questo territorio erano cittadini di origine polacca. Nel periodo 1917-1939 subirono persecuzioni sia per motivi politici che religiosi, ma la situazione peggiorò ancora dopo il 17 settembre 1939, quando i comunisti Russi invasero la Polonia e sterminarono l’intelligenza cattolica. La popolazione di origine polacca fu deportata in Siberia e in Kazakhstan, dove dovette iniziare una vita in diaspora insieme con altri popoli.
Il gesuita Walter Ciszek fu arrestato nel 1941 e condannato ai lavori forzati; deportato nei campi di lavoro in Siberia vi rimase per 23 anni, subendo ogni sorta di vessazione solo per il fatto di essere sacerdote cattolico. Dopo la sua liberazione fu scambiato dai comunisti con due spie sovietiche, arrestate in Europa occidentale. Dopo il 1963 visse negli Stati Uniti, fino alla morte, avvenuta nel 1984. Le sue memorie sono raccolte nel libro With God in Russia. La sua causa di beatificazione è stata avviata nel 1990.
Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e la caduta del nazionalsocialismo, il sistema comunista trovò terreno fertile in Europa. Lo schema era ben collaudato: la Chiesa cattolica con le sue strutture rappresentava il vecchio sistema da cui liberarsi; la religione fu declassata a strumento di manipolazione da parte dei preti e delle loro istituzioni. Il nuovo sistema ateo doveva liberare la società dall’influenza della Chiesa. Il marxismo-leninismo diventa il nuovo sistema politico-economico.
Nel 1945 l’esercito russo liberò dal nazionalsocialismo tedesco grandi territori dell’Europa: Albania, Austria, Bulgaria, Cecoslovacchia, Germania, Polonia, Romania, Ungheria. Nei paesi dove i precedenti governi erano nazionalsocialisti come Austria, Germania, Slovacchia e Ungheria l’Armata rossa entrò come il vincitore con il diritto del bottino di guerra. Moltissime furono le vittime di queste rappresaglie e tra queste numerosi sacerdoti e suore. Per l’esercito russo anche i rappresentanti della Chiesa furono responsabili delle tragedie causate dai nazionalsocialisti e per questo molti sacerdoti uccisi nei primi giorni dopo la liberazione furono dichiarati pericolosi nemici del comunismo.
I vescovi europei, rappresentati dai Presidenti di tutte le Conferenze Episcopali del continente, radunati il 3 ottobre 2010 a Zagabria alla quarantesima sessione plenaria del Consiglio delle Conferenze Episcopali d'Europa (CCEE), hanno dedicato anche l’attenzione ai grandi vescovi dei paesi del blocco comunista come Alojzije Stepinac (1898-1960) in Croazia, József Mindszenty (1892-1975) in Ungheria e Stefan Wyszyński (1901-1991) in Polonia. La città di Zagabria non è stata scelta a caso per la riunione dei vescovi: quest’anno si è celebrato il 50° anniversario della tragica morte del porporato croato, condannato in un processo farsa e deceduto improvvisamente, probabilmente avvelenato per ordine dei persecutori comunisti. Al centro dell’incontro è stato messo il ricordo del Beato Alojzije Stepinac, a 12 anni dalla Beatificazione e a 50 dalla morte. Il cardinale Peter Erdö ha citato la figura del porporato incarcerato per cinque anni a causa della sua fedeltà a Dio, il cardinale Josef Mindszenty, e uno dei membri della Chiesa che fu vittima del comunismo, il cardinale Stefano Wyszynski. Questi grandi uomini della Chiesa furono pronti a testimoniare la loro fedeltà fino al martirio, fino alla morte. Il porporato ungherese ha definito il periodo del comunismo, senza entrare nei dettagli, come tempo difficile e complesso. I santi e i beati come Alojzije Stepinac portano nel buio la luce di Cristo e sono nostri esempi e nostri patroni celesti.
Non mi sembra necessario raccontare qui i dettagli della vita del beato cardinale Stepinac, perché prima e dopo la beatificazione sono stati pubblicati numerosi libri che offrono un ampio profilo biografico in una politicamente complicata storia della Croazia. Alla fine della guerra, dopo la fuga di Ante Pavelič e del suo governo, Stepinac rimase a Zagabria al suo posto. I comunisti avevano già iniziato a perseguitare la Chiesa. Nel marzo 1945, la Chiesa croata pubblicò una lista di sacerdoti uccisi con 149 nomi. Josip Broz Tito cercò di convincere 1'arcivescovo Stepinac a staccarsi da Roma e fondare una Chiesa cattolica indipendente dalla Santa Sede. Ma Stepinac si oppose con forza: Nessun cattolico, anche a costo della vita, può eludere il suo foro supremo, la Santa Sede, altrimenti cessa di essere cattolico.
Le vicende di due sacerdoti dell’archidiocesi di Vienna in Austria sono illuminanti della situazione: Johann Wolf (1892-1945) parroco a Kaltenleutgeben e Rudolf Frank (1902-1945) da Niedersulz vicino Vienna, ambedue uccisi dall’esercito russo. Johann Wolf era un prete apprezzato, orgoglioso testimone di Cristo. Nell’aprile 1944 l’esercito tedesco oppose una feroce resistenza all’esercito russo uccidendo numerosi soldati. Dopo la partenza dei tedeschi la popolazione locale cercò di nascondersi dove poteva: i russi cercavano alcol ed oggetti di valore da portare con loro come bottino di guerra, ma, soprattutto, cercavano vendetta per le gravi perdite subite in battaglia, bruciando le case ed uccidendo la popolazione civile. Anche il parroco Wolf fu ucciso nella canonica insieme con sua sorella e alcuni profughi che cercavano di nascondersi nella canonica. Uno dei soldati russi che lo aveva assassinato raccontava poi nel paese che lo aveva ucciso perche in Russia già da tempo tutti preti sono stati uccisi. Senza qualsiasi colpa personale, fu ucciso solo per il fatto che era un sacerdote, odiato da sempre dai comunisti come un pericoloso nemico del popolo.
Rudolf Frank si diede da fare per difendere e nascondere le donne che subivano stupri dai soldati russi, ubriachi: infatti nella zona di Niedersulz in Bassa Austria ci sono moltissime vigne e grandi cantine ed i soldati vi trovarono grandissime quantità di vino. Ubriacati e senza qualsiasi disciplina militare saccheggiavano le case e soprattutto cercavano le donne. Domenica 15 aprile 1945 la popolazione aspettava l’arrivo dei russi. Si raccontava della particolare brutalità dei nuovi occupanti e in modo particolare le famiglie pensavano ad un luogo dove nascondere le donne. Il sacerdote riunì nella canonica circa 300 donne, sperando di poter organizzare meglio la protezione. I soldati russi vennero in canonica il 16 aprile per cercare le donne, ma il parroco chiuse le porte e si rifiutò di aprire. Un comportamento del genere era intollerabile per i nuovi padroni: il prete fu picchiato ma i soldati andarono via. Il giorno seguente, martedì 17 aprile, tornarono di nuovo ed il sacerdote nuovamente bloccò la porta sperando di poter proteggere le donne nascoste nella canonica ma questa volta un soldato sparò due volete e ferì mortalmente il parroco. Moltissime furono le donne violentate che in seguito a queste violenze rimasero incinte: numerose decisero di abortire mentre altre decisero comunque di tenere quei figli, frutto della violenza dei soldati russi. Il destino delle donne fu davvero tragico nella terra che aveva dato i natali alla sciagurata idea del nazionalsocialismo
L’Albania fu il primo paese europeo a dichiararsi ateo e ad essere governato secondo l’ideologia comunista. Nel 1967 fu ufficialmente introdotto l’ateismo come fondamento per la vita della società e fu proibita ogni forma di culto religioso. Il governo dichiarò con orgoglio che l’Albania era diventato il primo Stato ateo del mondo. Nella nuova costituzione del Paese, approvata nel 1976, all’articolo 37 proibiva ogni religione: lo Stato non riconosce alcuna religione e sostiene la propaganda atea per infondere alle persone la visione scientifico-materialista del mondo. Il governo procedette alla confisca di moschee, chiese, monasteri e sinagoghe. Gli edifici di culto furono trasformati in musei o uffici pubblici, magazzini, cinema, stalle per animali. Ai genitori fu proibito dare nomi religiosi ai figli.
In seguito furono uccisi a Tirana i primi due sacerdoti, Lazër Shontoja e Mark Gjani. Nel 1947 fu ucciso a Scutari il gesuita Ndoc Saraci. Un anno dopo, nel 1948, furono fucilati i vescovi Gjergj Volaj e Frano Gjini e, nel 1949, dopo terribili torture, morì in prigione l’arcivescovo di Durrës Vincenz Nikollë. Colpire forte la comunità cattolica significava cancellare la lunga e tollerante tradizione del paese per far posto alla nuova e aggressiva ideologia comunista. In Albania furono uccisi 5 Vescovi, 60 sacerdoti, 30 religiosi francescani, 13 gesuiti, 10 seminaristi e 8 suore. La lista non è ancora completa, mancano i martiri laici uccisi durante il periodo comunista.
Tra le figure di spicco della resistenza religiosa va in primo luogo ricordato coraggioso padre Mikel Koliqui (1902-1997), creato cardinale da Giovanni Paolo II nel 1994. Padre Mikel Koliqui era stato condannato ai lavori forzati già nel 1945, con la banale l'accusa di ascoltare le stazioni straniere della radio. Nonostante le persecuzioni, proprio in Albania nacque la donna più famosa del XX secolo: Madre Teresa di Calcutta, che nacque a Skopjie il 26 agosto 1910. Nel 1993 Madre Teresa accompagnò Giovanni Paolo II nel suo pellegrinaggio in Albania. Per gli albanesi Madre Teresa fu un segno di speranza ed un impulso a resistere nelle persecuzioni.
In Romania numerosi vescovi, monaci e preti furono arrestati dalla polizia segreta e molti laici vennero reclusi nei campi di lavoro. Come esempio di persecuzione ricordo la vita di Mons. Anton Durcovici (1888 - 1951), eroico Vescovo della diocesi di Iassy in Romania al confine con la Repubblica Moldava. Il futuro vescovo nacque il 17 maggio 1888 in Bad Deutsch-Altenburg vicino a Vienna, in Austria, e fu battezzato il 21 maggio. Nel libro dei battezzati della parrocchia Bad Deutsch-Altenburg fu registrato con il nome Anton Durkowitsch, poi in Romania cambiò il suo nome in Antonio Durcovici. Dopo la prematura morte del padre, avvenuta il 5 febbraio 1893 all’età di soli 36 anni, la mamma con i due figli accettò un invito della zia e decise di trasferirsi in Romania, nella città di Jassy, dove iniziò a lavorare in una trattoria gestita dalla famiglia. Presto la mamma trovò un altro lavoro nella capitale, a Bucarest, e cambiò di nuovo la residenza. Anton e suo fratello frequentavano una scuola cattolica retta dalle suore. Nella cappella delle suore Anton era chierichetto e presto decise di diventare sacerdote. Le suore lo aiutarono finanziariamente negli studi. Fu un seminarista esemplare tanto che i suoi superiori decisero di mandarlo a studiare a Roma.
Il periodo romano influenzò molto la sua vita. Studiò presso l’Università di San Tommaso e poi all’Università Urbaniana. Fu ordinato sacerdote a Roma il 24 settembre 1910 e tornò nel 1911 a Bucarest, dove lavorò come prefetto e professore e, dal 1927, come rettore nel seminario. Nel 1944 la Romania fu occupata dall’Armata Rossa ed iniziò il governo dei comunisti. Il 17 luglio 1948 fu revocato il concordato con la Santa Sede e cominciò un periodo di persecuzioni della Chiesa cattolica, dichiarata dai comunisti come la chiesa degli stranieri, perché la maggioranza romena apparteneva alla chiesa ortodossa. Il 3 agosto 1948 il governo nazionalizzò le proprietà della Chiesa e di tutte le sue numerose strutture. Nel 1948 la Chiesa romano-cattolica in Romania era organizzata in cinque diocesi, 694 parrocchie, 1.225 chiese e 835 sacerdoti. La chiesa greco-cattolica aveva cinque diocesi, 2.536 chiese, 1.794 parrocchie, 1.788 sacerdoti.
Il 30 ottobre 1947, a 59 anni, Anton Durcovici fu nominato da papa Pio XII vescovo di Iassy (Moldavia) ed il 14 aprile 1948 fu ordinato vescovo. La città contava circa 100.000 abitanti. La pacifica convivenza delle varie nazionalità e culture che da secoli vivevano in pace e tolleranza fu improvvisamente distrutta dal nuovo sistema politico del dopo guerra. I comunisti per principio non volevano condividere il potere con nessun altro gruppo politico e nemmeno con la religione. Già dall’inizio il suo ministero era destinato ad un’organizzata persecuzione da parte del governo comunista. Centinaia di sacerdoti furono arrestati e in seguito portati nei campi di lavori forzati, dove, maltrattati, molti morivano presto. Il 26 giugno 1949 Durcovici fu arrestato in un tram insieme con un altro sacerdote, Rafael Friedrich. In quel periodo furono arrestati tutti i cinque vescovi e la chiesa rimase senza guida, a parte alcuni sacerdoti ancora in libertà.
In prigione i poliziotti picchiarono Anton Durcovici sperando che il vescovo si decidesse a collaborare con il nuovo sistema politico contro la sua Chiesa. Fu rinchiuso in una cella senza finestre e senza cibo. Dopo mesi di persecuzioni e torture nella prigione, nonostante le indicibili sofferenze, il vescovo non si dichiarò disponibile a collaborare e a fondare una chiesa nazionale, indipendente dalla Santa Sede, come volevano i comunisti nei Paesi del blocco sovietico. Delle ultime settimane di vita del vescovo conosciamo poco e quel poco proviene dalle relazioni degli altri sacerdoti detenuti nella prigione di Sighetul Marmatiei. Il vescovo dovette subire terribili maltrattamenti, privato del cibo e nel totale isolamento, senza bagno. Per farlo soffrire ancora di più i poliziotti gli tolsero i vestiti, facendolo rimanere completamente nudo.
Un sacerdote prigioniero, incaricato della pulizia del corridoio, poté avvicinarsi alla porta della cella senza destare sospetti e dire qualche parola a voce bassa al suo vescovo. Il vescovo riconobbe la sua voce e lo informò in lingua latina, sconosciuta ai poliziotti, che stava soffrendo molto ed era ormai prossimo alla morte per la fame e per le ferite; sdraiato sul pavimento tra la sporcizia e gli escrementi, per lui non era più possibile muoversi, in attesa della morte. Alla fine del brevissimo discorso chiese al sacerdote prigioniero di dargli l’assoluzione dei peccati in caso di morte e anche la sua benedizione. Probabilmente già il 10 dicembre il coraggioso vescovo e martire Anton Durcovici morì nella sua sporchissima cella.
Oggi nessuno può dire con sicurezza dove l’amministrazione della prigione abbia sepolto il suo corpo. Probabilmente, com’era uso per tutti i detenuti deceduti, fu sepolto in una fossa comune, senza lasciare qualsiasi informazione scritta (e neppure orale) nelle carte della cancelleria della prigione. Era una pratica comune in quel periodo che i prigionieri malati o feriti o dopo terribili maltrattamenti fossero portati in fin di vita in una saletta d’isolamento e lasciati morire inosservati. Era importante per la direzione del carcere non far vedere chi, dove, o quando un carcerato era morto. In pratica i corpi dei prigionieri venivano sepolti in luoghi segreti, senza qualsiasi informazione per la famiglia. Tutti i documenti dei detenuti, compresa la carta d’identità, venivano distrutti, e gli oggetti di valore subito fatti scomparire. Il 28 gennaio 1997 fu iniziata la causa di beatificazione del vescovo Anton Durcovici, considerato dai cattolici della diocesi di Jassy un coraggioso martire della Chiesa. Secondo le informazioni degli studiosi rumeni, nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale, dei circa 3.331 sacerdoti cattolici, di ambedue i riti, ne furono uccisi circa 1.405.
In Slovenia la storia ebbe lo stesso percorso. Anton Vovk (1900-1963) venne nominato vescovo (e poi Arcivescovo) di Ljubliana il 26 novembre 1959. Giovanni XXIII lo definì martire del XX secolo. Dopo la seconda guerra mondiale vescovi, sacerdoti e fedeli subirono una dura repressione. Alla fine della guerra circa 300 sacerdoti e religiosi sloveni furono mandati via dalla patria dal partito comunista. Alcuni furono giustiziati senza un processo, altri ancora furono condannati dai tribunali popolari senza nessuna ragione, spesso patirono lunghi anni di prigione. Solo nel maggio 1945 furono arrestati 50 preti. Negli anni 1945-1961 furono condannati senza processo 425 sacerdoti. Lo stato comunista ridusse pesantemente la libertà di culto e proibì ogni attività fuori dalle parrocchie.
Il vescovo Anton Vovk era solito viaggiare con i mezzi pubblici, accompagnato, per motivi di sicurezza, da altri sacerdoti. Anche il 20 gennaio 1952 viaggiava in compagnia di altre persone da Ljubliana a Nove Mesto per la benedizione dell’organo nella chiesa parrocchiale di Stopiče. Sullo stesso treno si trovavano anche agenti della polizia, che avevano progettato un attentato ai suoi danni. Infatti, appena il treno entrò in una galleria, sulle vesti del vescovo fu gettato un liquido maleodorante ed infiammabile. Alla stazione di Nove Mesto il vescovo scese dal treno, ma fu subito assalito da un gruppo di persone che lo costrinsero a risalire, non prima però di aver gettato della benzina sulla sua veste ed aver appiccato il fuoco. La folla, invece di intervenire in suo aiuto, gridava con furore: brucia diavolo, crepa diavolo! Anche la polizia non intervenne.
Il Vescovo non perse il sangue freddo e si liberò dai vestiti in fiamme. Il fuoco aveva provocato gravi ferite sul volto e sulla gola, dove il collarino di plastica gli procurò una cicatrice che gli rimase per tutta la vita. Quando le fiamme si spensero un poliziotto lo accompagnò nel vicino edificio della stazione, dove fu di nuovo aggredito da un gruppo di attivisti comunisti. Con la scusa di espletare le formalità fu ritardata l’opera del medico. Portato finalmente nell’ospedale fu medicato sommariamente e rimandato subito a Ljubliana con il primo treno disponibile. Tutto l’incidente a Nove Mesto durò più di quattro ore e nessuno, nemmeno la polizia, prese provvedimenti contro gli aggressori. Arrivato a Ljubliana il vescovo dovette recarsi all’ospedale per la cura delle gravi bruciature, ma anche qui dovette rispondere per ore alle domande della polizia segreta, che lo informò anche sulla matrice dell’aggressione: si trattava di un gruppo di patrioti che protestavano contro il comportamento della gerarchia cattolica e del clero durante la Seconda Guerra Mondiale. In realtà l’azione contro il vescovo fu organizzata dagli attivisti comunisti, legati alla polizia segreta. Gli aggressori non furono mai processati, anzi, alcuni di loro fecero una carriera brillante nelle strutture della polizia segreta e poi, dopo il crollo del sistema comunista, diventarono convinti social-democratici.
Dopo una grave malattia, l’arcivescovo Anton Vovk morì il 7 luglio 1963. L’inchiesta diocesana della causa di beatificazione si è conclusa il 12 ottobre 2007 ed il 26 ottobre i documenti sono stati portati in Vaticano.
Uno dei più grandi desideri irrealizzati di Giovanni Paolo II fu quello di poter visitare la Russia, ma riuscì a visitare alcuni paesi della dissolta Unione Sovietica. La visita in Ucraina fu un’occasione per pregare insieme ad un milione di fedeli, ma anche per commemorare, quel 27 giugno 2001, il sacrificio di 27 martiri, di cui 9 vescovi, sacerdoti e laici elevati alla gloria degli altari. Le persecuzioni in Ucraina iniziano con l’arrivo dell’Armata rossa, nel marzo 1944. L’Arcivescovo Andrej Szeptickyi, già vecchio e malato, morì il 1 novembre 1944. I comunisti, ancora negli ultimi giorni della guerra, arrestarono tutti i vescovi greco-cattolici sul territorio nazionale. Il loro destino fu contrassegnato da numerose prigionie, processi farsa o inesistenti, totale isolamento nei campi di lavoro, lontani dalle loro comunità.
Il beato vescovo di Mukacevo, Teodor Romža (1914-1947) fu il più giovane vescovo della Chiesa greco-cattolica. Allievo del Collegio Germanico-Ungarico a Roma, frequentò gli studi di filosofia e teologia presso la Pontificia Università Gregoriana, passando poi al ‘Russicum’ per prepararsi all’opera missionaria in Russia. Nel 1936 fu ordinato sacerdote e pochi mesi dopo rientrò nella diocesi di Mukačevo, di cui divenne vescovo nel 1944. Fin dai primi mesi dell’invasione russa il clero greco-cattolico fu perseguitato. I fedeli difesero eroicamente i loro sacerdoti, mentre il vescovo Teodor si faceva tutto a tutti per confortare il suo clero ed i suoi fedeli. Nel 1946 lo Stato sovietico incorporò le diocesi greco-cattoliche nel patriarcato ortodosso di Mosca.
Solo la diocesi greco-cattolica di Mukačevo funzionava ancora. I ser-vizi segreti cercavano da tempo un modo per uccidere il vescovo Teodor Romža. In Unione Sovietica i sacerdoti non avevano diritto di spostarsi senza autorizzazione della milizia così anche il vescovo chiese un permesso per poter visitare una parrocchia. Questa informazione fu usata dai persecutori per organizzare un incidente stradale ed uccidere il vescovo senza destare sospetti, temendo una reazione della popolazione. Il 27 ottobre 1947 l’auto del vescovo fu investita da un pesante camion ma il vescovo, vedendo gli attentatori armati con spranghe di ferro, ancorché ferito, riuscì a fuggire e venne ricoverato in gravissime condizioni all'ospedale di Mukačevo. Con il passare dei giorni le sue condizioni stavano migliorando. Ma un’infermiera, il 1° novembre 1947, lo uccise avvelenandolo con il curaro. Il 27 giugno 2001, Teodor Romža è stato proclamato Beato da Giovanni Paolo II a Leopoli.
La vita di Josyf Ivanovyc Slipyj illustra al meglio la situazione ucraina. Nacque il 17 febbraio 1892 nell’arcidiocesi di Leopoli; studiò nel Canisianum ad Innsbruck, in Austria ed il 30 settembre 1917 fu ordinato sacerdote; continuò i suoi studi in Austria, laureandosi in teologia. Trascorse due anni a Roma, frequentando il Pontificio Istituto Orientale e l’Università Gregoriana. Il 22 dicembre 1939 fu consacrato arcivescovo con diritto di successione, diventò capo della Chiesa Cattolica Ucraina il 1 novembre 1944. Slipyj fu arrestato l’11 aprile 1945. Dopo un processo farsa nel 1946, venne condannato per attività anti-sovietica a otto anni di prigionia, che scontò nei diversi Gulag. Nel 1954 venne di nuovo riportato in Siberia, questa volta per quattro anni. Nel 1959 sopportò un secondo processo e una nuova condanna, questa volta a sette anni di Gulag. Aveva già sessantasette anni d’età e la condanna poteva significare per lui la morte. Il governo, dopo la morte di Stalin, cambiò le pratiche nei campi di lavoro. Il 9 febbraio 1963 mons. Slipyj fu liberato ma fu subito espulso dall’URSS. Giovanni XXIII chiamò mons. Slipyj a Roma per partecipare al Concilio Vaticano II. Fu nominato cardinale in pectore fin dal 1960 e il 22 febbraio 1965 arcivescovo maggiore da Paolo VI. Slipyj morì il 7 settembre 1984.
Anche in Ungheria l’arrivo dell’Armata rossa segna l’inizio delle persecuzioni. Il sacrificio del vescovo di Győr, Vilmos Apor, e la lotta per i diritti umani fatta da József Mindszenty, sono solo i due esempi più noti. La rottura con la Santa Sede si consumò il 4 aprile 1945, con la partenza del nunzio Mons. Angelo Rotta da Budapest. I comunisti russi portarono in Ungheria un gruppo di comunisti ungheresi, preparati a Mosca, con il compito di prendere il potere politico nel paese. La Chiesa cattolica in Ungheria fu dichiarata come un’organizazzione contraria agli interessi dei sovietici. Nel 1948 fu dichiarata la separazione fra Stato e Chiesa e i sacerdoti dovettero restringere le loro l’attività all’interno delle chiese. Il Partito Comunista Ungherese desiderava con tutti mezzi prima di tutto diffondere l’ideologia materialista fra i giovani e la classe operaia.
Pio XII nominò il 15 settembre 1945 József Mindszenty nuovo arcivescovo di Esztergom. Mindszenty si impegnò a difendere le posizioni della Chiesa, i suoi diritti e la stabilità delle sue istituzioni senza compromessi politici. Il nuovo potere intensificò la campagna diffamatoria contro Mindszenty e la Chiesa cattolica. I comunisti speravano di riuscire a far spostare Mindszenty dall’Ungheria, con l’aiuto del Vaticano. Visto che questi tentativi fallirono, decisero di arrestarlo a Esztergom il 26 dicembre 1948. In un processo farsa, l’8 febbraio 1949, fu condannato all’ergastolo ma venne liberato durante la rivoluzione nel 1956. Il 4 novembre 1956 egli chiese asilo all’ambasciata americana, ove restò fino al 1971, quando gli fu consentito di recarsi a Vienna. Nelle trattative ebbe un ruolo importante l’arcivescovo di Vienna, il Cardinale Franz König.
Dopo aver conosciuto la figura del martire ungherese Vilmos Apor, mi sono recato a Gyula e a Györ. A Gyula, cittadina al confine della vecchia monarchia Asburgica, ancora oggi vivono pacificamente i cattolici insieme con gli ortodossi, in maggioranza di origine rumena, ed i calvinisti: tutte le loro chiese si trovano a distanza di pochi metri l’una dall’altra. Davanti alla chiesa parrocchiale di Gyula, in un parco ben curato, si trova una grande statua del beato vescovo Vilmos Apor, e nella chiesa sono esposti oggetti che ricordano il suo coraggioso martirio. Molte persone, anche giovani, ancor oggi si fermano a pregare.
Vilmos Apor nacque il 29 febbraio 1892 ad Alba Julia. Nel 1894 la famiglia si trasferì a Vienna dove Vilmos frequentò la scuola; successivamente completò i suoi studi tra l’Ungheria e l’Austria. Il 24 agosto 1915 Vilmos venne ordinato sacerdote. Nell'agosto 1918 venne nominato parroco di Gyula: aveva 26 anni e fu il più giovane parroco d'Ungheria. Consacrato vescovo il 24 febbraio, prese possesso della diocesi il 2 marzo 1941. Nello stesso anno l'Ungheria entrò in guerra a fianco della Germania. Quando in Ungheria furono introdotte le leggi razziali, Apor prese posizione in favore delle vittime dell'ingiustizia e tentò tutto ciò che era in suo potere per proteggere gli abitanti della sua Diocesi. Quando il 19 marzo 1944 le truppe tedesche invasero l'Ungheria, Apor condannò in Cattedrale il razzismo antiebraico. Si oppose, in una lettera del 28 maggio 1944, diretta al Ministro degli Interni, alla costruzione di un ghetto a Györ, pur conoscendo le conseguenze a cui sarebbe andato incontro. Iniziata la deportazione in massa, creò gruppi di soccorso lungo il percorso dei convogli, salvando da morte migliaia di ebrei. Nel frattempo l'avanzata dell'Armata Rossa era preceduta da terrificanti notizie circa il comportamento dei soldati. Egli aprì perfino il suo palazzo a tutti coloro che cercavano rifugio.
Nel Natale del 1944, le truppe sovietiche iniziarono l'invasione, stuprando le donne ed uccidendo chi si opponeva loro. Il 28 marzo 1945, Mercoledì Santo, Apor andò incontro ai primi soldati russi: li accolse con calma dichiarando che quanti si trovavano nel castello erano posti sotto la sua protezione. Non si allontanò dall'ingresso e vegliò giorno e notte per proteggere i trecento rifugiati. Verso la sera del Venerdì Santo si presentarono all'ingresso dei sotterranei alcuni soldati russi, guidati da un maggiore, che cercarono di trascinare fuori le ragazze, ma il Vescovo si oppose ed i soldati spararono, colpendolo con tre proiettili. Fu subito trasportato in ospedale ma, nonostante l’operazione, il 2 aprile 1945 morì. Il 9 novembre 1997, Vilmos Apor è stato proclamato Beato da Papa Giovanni Paolo II.
La storia della Polonia è da sempre legata con la storia del cristianesimo. La Chiesa e la Nazione dovettero spesso dimostrare la loro forza contro il tragico destino degli ultimi secoli. La posizione geografica tra la Germania a Ovest e la Russia ad Est ha spesso determinato la difficile storia del Paese. Il sistema comunista propagato dai Russi non ha trovato, nonostante grandi sforzi e persecuzioni d’ogni tipo, terreno fertile.
Nel 1944 con l’Armata rossa viene instaurato da Mosca un governo polacco comunista, scelto da Josef Stalin. Quando arrivavano i soldati russi non c’era più salvezza per tutti coloro che non condividevano quella visione della società, fossero essi persone od istituzioni. Dopo la tragedia di Katyń, dove morirono 22.000 ufficiali polacchi, uccisi per ordine di Josef Stalin dai servizi segreti NKWD, solo un piccolo gruppo della società polacca diede il benvenuto ai soldati russi, che liberarono il paese dai nazionalisti tedeschi.
Dopo milioni di morti nei campi di concentramento sul territorio polacco, organizzati da Berlino nel centro geografico del nuovo Reich per economizzare sui costi per l’annientamento di quelli che Adolf Hitler considerava popoli senza diritto alla vita, si passava adesso al criminale sistema dell’Unione Sovietica, con migliaia di campi di concentramento ben funzionanti anche dopo la seconda guerra mondiale. Mentre a Norimberga l’Unione Sovietica condannava i crimini di guerra commessi dalla Germania, gli alleati non volevano sapere che milioni di persone non erano tornate a casa e vivevano e lavoravano in condizioni disumane nei numerosi Gulag in Siberia.
Dall’inizio, oltre all’intelligenza del Paese, la Chiesa cattolica con i suoi sacerdoti costituiva un obiettivo primario del potere comunista. Questi, appena tornati da un campo di concentramento speciale a Dachau in Germania, dovettero subire altri atti di violenza da parte del nuovo governo. Non tutti i rappresentanti della Chiesa ebbero il coraggio di resistere ancora.
Dalle recenti ricerche degli storici sappiamo meglio che non tutti ebbero un comportamento eroico come Stanislaw Suchowolec, un sacerdote di 31 anni, picchiato dagli agenti segreti e poi finito soffocato nella sua casa, a cui qualcuno in una notte del 1989 aveva messo fuoco. O come Stefan Niedzielak, un prete di 75 anni, rapito e ammazzato brutalmente a Varsavia. Un esempio particolare di fedeltà e coraggio è quello dimostrato da un giovane sacerdote, Jerzy Popiełuszko, sequestrato dagli agenti dei servizi segreti dello Stato, torturato e infine gettato nella Vistola nel 1984. La lista dei sacerdoti polacchi perseguitati dai sevizi segreti del ministero degli Interni è lunga, anche se il vero numero delle persone discriminate probabilmente non si saprà mai: resteranno nella memoria solo i personaggi più famosi o quelli uccisi in odium fidei.
I grandi protagonisti della chiesa in quel difficile periodo furono i cardinali Stefan Wyszyński a Varsavia e il futuro papa Karol Wojtyła a Cracovia. L'apparato dello Stato, messo in movimento per controllare e frenare le attività della Chiesa, si mostra oggi, dopo la conoscenza di tanti dettagli, veramente impressionante. Alcuni nuovi aspetti li possiamo conoscere dai documenti del processo diocesano di beatificazione di Popiełuszko. Per un lungo tempo la polizia segreta preparò una relazione giornaliera sullo stato delle attività della Chiesa. Queste relazioni finivano sui tavoli dei personaggi più importanti nel paese, come il generale Wojciech Jaruzelski e i membri del comitato centrale del Partito comunista polacco e del Governo. Le oppressioni contro la Chiesa cattolica vengono sistematizzate con una legge del 1962. In questo stesso anno Stefan Wyszyński, insieme con altri vescovi polacchi, pubblicò un’importante lettera pastorale contro l'ateismo.
Jerzy Popiełuszko nacque in un piccolo paese, Okopy, vicino a Suchowola nella regione di Białystok. Qui il 14 settembre 1947 iniziò la sua vita. I suoi genitori, Marianna e Władysław, lavoravano come contadini sulla loro terra. Jerzy era, come tutta la sua famiglia, un ragazzino molto religioso anche se un po’ solitario. Dopo l’esame di maturità nel 1965 cominciò i suoi studi teologici nel seminario dell’archidiocesi di Varsavia. In Polonia una delle forme di repressione della Chiesa consisteva nel fatto che i seminaristi dovevano interrompere i loro studi e prestare il servizio militare in due caserme ideologicamente specializzate. Non c’era un sistema chiaro e generalizzato: non si sapeva quali seminaristi e da quale diocesi dovevano prestare il servizio militare; spesso questo dipendeva dalle attività patriottiche del vescovo. Ma alcune disposizioni del governo restavano sempre valide: Se in una diocesi si nota la presenza di un prete particolarmente aggressivo di fronte al regime, si prendano tutti i seminaristi della diocesi per il servizio militare.
Il vescovo di Popiełuszko, il cardinale Wyszyński, era conosciuto dal governo come un uomo coraggioso; egli come primate di Polonia doveva definire il percorso per la chiesa in Polonia e dunque tutti i seminaristi di Varsavia dovevano fare il servizio militare. Anche Popiełuszko, studiando a Varsavia, dovette fare questa dura esperienza. I seminaristi non dovevano prepararsi nelle caserme solo per poter difendere la loro patria, ma per due anni dovevano sentire dagli ufficiali ben preparati la propaganda comunista sui valori della società in uno stato socialista. Questa propaganda e le varie proposte degli ufficiali in caso di abbandono del seminario e degli studi teologici hanno portato alcuni seminaristi al servizio dello Stato, anche come agenti dei servizi segreti. Non tutti i seminaristi tornavano dopo il servizio militare nel seminario, perché la vita nelle caserme era anche una buona prova per la conferma della vocazione sacerdotale. Durante il suo servizio militare (1966 – 1968) Jerzy venne più volte punito per “atteggiamento ribelle” contro il regolamento militare della caserma. La difficile vita nella caserma, per il ragazzo religioso e sensibile quale egli era, gli causò una malattia vera e propria, che limitò in seguito anche la sua attività sacerdotale.
Infatti nei primi mesi dopo la fine del servizio militare Popiełuszko era malato e aveva difficoltà con gli studi, ma fu egualmente ordinato sacerdote il 27 maggio 1972 dal cardinale Wyszyński. Prestò la sua opera in diverse parrocchie, ma di nuovo a causa di seri problemi di salute, dovette limitare i suoi impegni. Nel 1979 cadde gravemente malato e non poté più lavorare nella parrocchia, ma presto trovò una forma di servizio sacerdotale facendo la pastorale tra i lavoratori e gli studenti delle varie università raggruppati nella chiesa di Sant’Anna. Dal 1978 organizzava incontri di preghiera e curava la formazione spirituale delle infermiere e del personale medico. Il 20 maggio 1980 fu nominato responsabile del personale medico dell’archidiocesi di Varsavia.
Nel giugno 1980 venne assegnato come sacerdote residente alla parrocchia di san Stanisław Kostka, sul cui territorio si trova la grande acciaieria “Huta Warszawa”. Il 28 agosto fu inviato dal cardinal Wyszynski dagli operai della vicina acciaieria in sciopero che chiedevano un sacerdote per la Messa. Domenica 31 agosto celebrò la prima S. Messa per i lavoratori nell’acciaieria. Quel giorno cambiò totalmente il corso della sua vita e il suo servizio sacerdotale: quel prete malato, piccolo di statura, divenne il cappellano del sindacato di Solidarność e il tutore dei diritti dei lavoratori. Don Popieluszko, non avendo una funzione fissa nella parrocchia, offrì il suo servizio sacerdotale anche in altre fabbriche, nel cantiere navale a Gdańsk e in altri centri industriali della Polonia interessati dagli scioperi. La rete organizzata dalla polizia segreta per controllare e fare pressioni sulla Chiesa era fittissima. Popieluszko era diventato un leader del movimento dei lavoratori Solidarność, collaborando con numerosi oppositori del governo polacco e nello stesso momento un avversario del governo. Ben presto le sue parole divennero famose e spesso ripetute in varie occasioni sindacali: per rimanere un uomo libero bisogna vivere nella verità. Non ci possiamo far governare dalla menzogna.
Nella notte del 13 dicembre 1981 il generale Wojciech Jaruzelski proclamò lo stato di guerra e abolì i diritti dei lavoratori. Numerosi attivisti del movimento Solidarność furono arrestati e rinchiusi nei campi per detenuti politici. Dopo l’introduzione dello stato di guerra Popieluszko divenne uno degli organizzatori del Comitato di Aiuto ai Perseguitati e alle loro famiglie, col compito di coordinare i comitati locali e nel gennaio 1982 assiste al processo contro gli operai dell’Huta. Insieme al parroco della chiesa di san Stanisław Kostka organizza ogni mese la cosiddetta Messa per la Patria, che raccoglie migliaia di persone: operai, intellettuali, artisti, e anche persone lontane dalla fede. Nelle sue omelie chiede il ripristino delle libertà civili e di Solidarność e la dignità dei lavoratori. Le sue semplici ma temute omelie, nello spirito patriottico nazionale, vengono pubblicate nella clandestinità e lette con attenzione in migliaia di case polacche.
Popieluszko svolge in questo difficile periodo per tutto il movimento Solidarność un’ampia opera di sostegno materiale e spirituale dei lavoratori e si mantiene in stretto contatto con gli intellettuali dell’opposizione e con le strutture clandestine di Solidarność. Le autorità politiche in Polonia temono la sua influenza e si fanno sempre più frequenti le proteste alla Curia di Varsavia e al nuovo primate di Polonia, l’arcivescovo di Varsavia Josef Glemp. Cercando di mantenere i difficili equilibri tra Chiesa e Governo, l’arcivescovo propose di allontanare don Jerzy Popiełuszko dalla Polonia trasferendolo a Roma, ufficialmente per motivi di studio. Ma don Jerzy rifiutò la proposta. La sua vita e il suo servizio sacerdotale furono strettamente controllati dai Servizi di Sicurezza, anche con la collaborazione di agenti segreti. Purtroppo tra i collaboratori segreti della polizia c’erano anche un sacerdote e almeno quattro laici che facevano parte del gruppo dei suoi più stretti collaboratori ed in conseguenza delle continue delazioni, don Jerzy veniva continuamente convocato dalla polizia per subire lunghissimi interrogatori.
I servizi segreti dello Stato organizzarono già un primo attentato alla sua vita il 13 ottobre 1984, ma questo fallì senza gravi conseguenze. Il 19 ottobre partì da Bydgoszcz, dove nella chiesa aveva celebrato la santa messa e tenuto un’omelia. Alla sera ritornando a Varsavia, la macchina in cui il sacerdote viaggiava fu fermata da tre ufficiali dei servizi segreti dello stato, vestiti con le divise della polizia stradale polacca. L’autista, il suo vecchio amico Waldemar Chrostowski, si fermò pensando ad un ennesimo controllo dei documenti, ma questa volta i poliziotti lo ammanettarono togliendogli le chiavi della macchina e portandolo nel loro veicolo. I finti poliziotti, Grzegorz Piotrowski e Waldemar Chmielewski, costrinsero con la forza il sacerdote a scendere dalla macchina, dopo di che venne violentemente picchiato ed in stato d’incoscienza rinchiuso nel bagagliaio della finta macchina della polizia, che partì velocemente.
Dopo alcuni chilometri Waldemar Chrostowski riuscì a saltare dalla macchina in corsa e, pur gravemente ferito, riuscì a raggiungere un albergo e chiamare la polizia. Non sappiamo bene cosa successe in quella notte a don Popieluszko se non da una relazione dei falsi agenti, presto arrestati dalla polizia. Dopo l’autopsia del corpo del sacerdote sappiamo che prima di morire dovette subire vere e proprie torture. Fu legato con la corda in maniera così professionale che con ogni movimento la corda sul collo gli impediva di respirare. Prima di buttare il corpo nell’acqua lo hanno legato con un sacco di pietre del peso di circa 11 chilogrammi. Il viso fu così brutalmente massacrato che le persone incaricate del riconoscimento non poterono riconoscere il sacerdote. Il medico che fece l’autopsia dichiarò che nella sua lunga pratica non aveva mai visto un corpo con ferite interne cosi devastanti come nel caso di don Popieluszko.
Nel telegiornale del 20 ottobre tutta la Polonia seppe già ufficialmente, grazie alle notizie raccontate da alcuni ben informati oppositori, che don Popiełuszko era stato rapito. Nella chiesa di san Stanislao a Varsavia, dove abitava il sacerdote vennero migliaia di persone a pregare per la sua libertà. Non si sapeva ancora che il sacerdote era già stato ucciso e che il suo corpo si trovava sul fondo del lago vicino a Włocławek. Il 30 ottobre la stessa televisione polacca diffuse la notizia del ritrovamento del corpo di don Popiełuszko. Il corpo, dopo un’ufficiale autopsia, fu portato a Varsavia la sera del 2 novembre. Il giorno seguente si celebrarono subito le esequie, per evitare le proteste della popolazione e le turbolenze politiche. Per dare un ultimo saluto al coraggioso sacerdote vennero più di 500.000 persone da tutta la Polonia.
I nomi dei rapitori e dei presunti assassini non si potevano nascondere a lungo. Il processo ebbe inizio solo poche settimane dopo la tragedia, il 27 dicembre 1984. Purtroppo non fu un processo serio: i giudici non erano oggettivi nel loro lavoro. Spesso gli osservatori pensarono che il tribunale non fosse chiamato a giudicare gli assassini quanto la vita e l’operato del sacerdote brutalmente assassinato. Gli agenti dei servizi segreti dello stato Grzegorz Piotrowski ed Adam Pietruszka furono condannati a 25 anni di reclusione, Leszek Pękala a 15 anni e Waldemar Chmielewski a 14 anni di reclusione. Ma in verità anche oggi non si sa bene se veramente le persone condannate, già tutte in libertà, hanno ucciso don Jerzy Popiełuszko. Dal 2008 si parla e si scrive nella stampa polacca anche di un’altra versione della morte del sacerdote: secondo questa ipotesi Popiełuszko fu ucciso il 25 ottobre, in un posto isolato vicino a Kazan, quando, nonostante le terribili torture inflittegli, rifiutò decisamente una collaborazione con il governo.
Il cardinale Josef Ratzinger ha visitato la sua tomba a Varsavia, nel prato verde presso la chiesa di San Stanisław Kostka, il 25 maggio 2002. Sulla cronaca delle persone che visitano la tomba dell’eroico sacerdote il cardinale Josef Ratzinger e attuale papa Benedetto XVI ha scritto in italiano le seguenti parole: Il Signore benedica la Polonia, dando sacerdoti con lo spirito evangelico di Popieluszko. Dal 1984 sono venuti circa 18 milioni di pellegrini a pregare su questa tomba.
Il processo di beatificazione di don Jerzy Popiełuszko fu aperto l’8 febbraio 1997 a Varsavia. La fase diocesana durò 4 anni e furono raccolti numerosi documenti e interrogati 44 testimoni. Il 3 maggio 2001 ebbe inizio in Vaticano il processo super martirio. Il 19 dicembre 2009 il pontefice ha firmato il decreto del martirio del Servo di Dio don Jerzy Popiełuszko. La beatificazione fu celebrata a Varsavia, sulla piazza centrale della città, il 6 giugno 2010. Le nuove generazioni dei giovani cattolici del mondo intero conosceranno il suo martirio per mano dei comunisti.
La Chiesa non solo è sopravvissuta alle sanguinose persecuzioni perpetrate dal regime comunista ma, grazie al sangue dei martiri, è stata rafforzata per affrontare con rinnovato vigore il XXI secolo. Talvolta i persecutori hanno potuto toglierle la voce, ma mai la memoria. E la memoria trasmessa di bocca in bocca diventa storia, e la storia rende sovente giustizia ai perseguitati, e li restituisce nella loro pienezza alla Storia. Sono uomini e donne, vecchi e bambini, laici e sacerdoti, spose e consacrate, zar e contadini. Ciascuno con un nome da ricordare. Perché è dovere di ogni cristiano fare memoria, e non solo della frazione del pane, che è il Corpo di Cristo, ma anche della frazione di quel Corpo Mistico, che è la Chiesa.
Vorrei concludere il nostro incontro sul tema dedicato ai grandi testimoni della fede con una preghiera, scritta per una celebrazione del grande Giubileo dell’anno 2000.
Ricordati, Signore, di tutti e di tutte. Siano accolti dalla tua infinita misericordia tutti i giusti che in pace con te sono giunti al tuo cospetto come testimoni coraggiosi della fede. Solo tu, che sei Padre di tutti, hai conosciuto la loro onestà, la bontà del loro animo, le loro sofferenze, la loro coerenza religiosa fino alla fine. Siano presso di te, con tutti i giusti, in eterna memoria. E accogli nel tuo infinito perdono misericordioso anche tutti i persecutori.
Per chi volesse invece conoscere qualcosa in più sui martiri cattolici del nazismo in Germania
http://gaetanovallini.blogspot.com/2008/06/il-pesante-tributo-di-sangue-pagato-dai.html
© http://gaetanovallini.blogspot.com/
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