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berlusconiEccolo, dunque, il testo della riforma costituzionale della giustizia che il governo sottoporrà al giudizio delle Camere. È «epocale», come l’ha definita il presidente del Consiglio, senza resistere nemmeno in questa occasione alla tentazione di battute al limite dell’autolesionismo («il pm dovrà bussare alla porta del giudice con il cappello in mano»)? È «punitiva», come sostiene l’Associazione nazionale magistrati, già pronta a proclamare l’ennesimo sciopero contro un provvedimento varato da un governo legittimamente in carica e che deve ancora essere discusso dal Parlamento eletto dagli italiani (quasi si trattasse di un qualsiasi sindacato alle prese con una vertenza per il rinnovo del contratto di lavoro o con una raffica di licenziamenti)? O è, invece, una semplice «perdita di tempo», come obietta il segretario del maggior partito di opposizione?

Posto che dai 18 articoli illustrati ieri dal ministro Angelino Alfano non sembrano emergere né effettivi pericoli di sottomissione dei magistrati, giudicanti e requirenti, al potere esecutivo o legislativo (anzi, ne viene riaffermata esplicitamente l’indipendenza e l’autonomia) né norme che potrebbero tornare utili a Berlusconi nei processi in cui è imputato (è infatti esclusa l’applicazione ai procedimenti in corso), forse sarebbe il caso di chiedersi, innanzi tutto, se una riforma sia necessaria. Se la risposta fosse «no», allora dovremmo concludere: che il sistema giustizia nel nostro Paese funziona così com’è. Che dopo l’abolizione dell’immunità parlamentare nessuna procura della Repubblica ha mai "sconfinato" in termini di prerogative e di competenze.

Che la sezione disciplinare del Csm si è sempre dimostrata rigorosa e inflessibile con le toghe finite al suo cospetto. Che le correnti interne alla magistratura associata non hanno mai condizionato le scelte dell’Anm e le dinamiche dello stesso Consiglio superiore. Che il rapporto tra pubblici ministeri e giudici (soprattutto per le indagini preliminari) non ha mai dato adito a sospetti – fondati o meno non spetta a noi dirlo – di "appiattimento" dei secondi sulle convinzioni dei primi. Che l’obbligatorietà dell’azione penale è oggi un principio effettivamente rispettato.

Nessuno capace di un minimo di onestà intellettuale potrebbe sottoscrivere un simile elenco di affermazioni. Anche perché, altrimenti, non si capirebbe la ragione che, quattordici anni fa, indusse il Parlamento a darsi una commissione Bicamerale incaricata di riformare la Costituzione, anche per la parte relativa alla giustizia. Anzi, proprio la bozza su questa materia, messa a punto dall’esponente dei Verdi Marco Boato, riscosse un ampio consenso tra le forze politiche che formavano i poli di allora. È vero, per evitare spaccature fu necessario mettere da parte la separazione delle carriere di giudici e pm. Ma si prevedeva una marcata distinzione delle funzioni, con conseguente divisione del Csm in due sezioni. E si affidava alla legge ordinaria il compito di regolare l’obbligatorietà dell’azione penale e l’impiego della polizia giudiziaria da parte del pm, proprio come fa il ddl varato ieri dal Consiglio dei ministri. Non se ne fece nulla per diverse ragioni, non ultima la contrarietà dell’Associazione magistrati e di alcuni suoi illustri iscritti.

Ora l’onorevole Massimo D’Alema, che fu presidente di quella Bicamerale, assicura che tra quel testo e quello di Alfano sussistono «differenze sostanziali», ma soprattutto chiede, come condizione per il dialogo, le dimissioni di Berlusconi. Ma forse sarebbe meglio che tutti rinunciassero per una volta a precipitosi giudizi di parte: il confronto, in Parlamento, dovrebbe essere la regola e non una condizione. Ancor più in un Parlamento dove la maggioranza non è così forte da poter coltivare il mito dell’assoluta autosufficienza ed è comunque lontana dalla possibilità di approvare, da sola, una legge costituzionale con numeri che evitino un referendum confermativo. Si perlustri, dunque, la strada, indicata dal capo dello Stato, della maggiore condivisione possibile. Si scoprano fino in fondo tutte le carte, incluse le undici leggi ordinarie di attuazione. Si metta a punto e si migliori quel che si deve e che si può. L’importante è che tutto avvenga nella massima chiarezza: gli italiani hanno diritto a giudicare una riforma così importante sui fatti, non su slogan e sterili polemiche.

Danilo Paolini



Il testo: il giudice che sbaglia paga

Diciotto articoli per riscrivere, con una riforma costituzionale, la giustizia italiana. Il passo compiuto ieri mattina a Palazzo Chigi lascerà strascichi profondi nella politica. Pur non applicandosi ai processi in corso e malgrado non siano compresi temi "scottanti" come le intercettazioni o il processo breve. I cardini restano quelli anticipati al Quirinale.

Carriere separate. Per il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, è il fulcro della riforma: i giudici costituiscono un «ordine autonomo e indipendente da ogni potere e sono soggetti soltanto alla legge»; i pm sono invece un «ufficio», organizzato secondo «le norme dell’ordinamento che ne assicurano autonomia e indipendenza».

Obbligo azione penale, ma con limiti. Il pm continuerà ad avere l’obbligo di esercitare l’azione penale, ma «secondo criteri stabiliti dalla legge». Anche della polizia giudiziaria i magistrati potranno disporre solo «secondo le modalità stabilite dalla legge».

Assolti per sempre se assolti in primo grado. La non appellabilità delle sentenze di assoluzione in 1° grado, introdotta a suo tempo dalla "legge Pecorella" e poi bocciata dalla Consulta, torna ora in Costituzione con un comma all’art. 111 dove si dice che «le sentenze di proscioglimento sono appellabili soltanto nei casi previsti dalla legge».

Responsabilità dei giudici. Le toghe potranno essere chiamate a rispondere di tasca propria dal cittadino per errori commessi, come avviene per i medici. Nella bozza si aggiunge poi che «nei casi di ingiusta detenzione o di altra indebita limitazione della libertà personale, la legge regola la responsabilità civile dei magistrati». Nel caso in cui le toghe non riescano da soli a far fronte alla richiesta di risarcimento, potrà intervenire lo Stato.

Doppio Csm. Ce ne sarà uno per i giudici e uno per i pm. Entrambi presieduti dal capo dello Stato e composti per metà da laici eletti dal Parlamento e per metà da togati. Del primo Csm i componenti saranno giudici votati sulla base del sorteggio degli eleggibili, con l’intento di frenare il "correntismo" nella magistratura. Tutti i membri dureranno in carica 4 anni e non saranno più rieleggibili. Inoltre i due Csm non potranno «adottare atti di indirizzo politico». Allo stesso modo, anche la nuova Alta Corte di disciplina sarà divisa in due sezioni, con componenti nominati per metà dal Parlamento e per metà da tutti i giudici e pm.

Giudici onorari. Per accontentare la Lega che chiede di coinvolgere il popolo, all’art. 106 della Costituzione sarà prevista la nomina, anche elettiva, di magistrati onorari con funzioni di pm.
Eugenio Fatigante

© Avvenire - 11 marzo 2011