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Ma guarda: il problema di una magistratura che straborda ed è politicizzata, non l’ha inventato Berlusconi: se parlava già vent’anni fa…

 di Paolo Deotto.betti

Il disegno di legge per la riforma dell’ordinamento giudiziario è stato approvato dal Consiglio dei Ministri, e si inizia ora una lunga strada parlamentare.

Diciamo subito che il progetto governativo non contiene nulla di eccezionale: contiene una serie di norme ovvie, e in vigore nella gran parte dei Paesi occidentali. Non è dunque il caso di affannarci sulle contestazioni di una sinistra che non ha più idee, ammesso e non concesso che mai ne abbia avute. Un Bersani, un Di Pietro, una Sexi Bindi, ormai sarebbero pronti a gridare all’attentato alla Costituzione anche se Berlusconi dichiarasse che quando piove si apre l’ombrello.

Parliamo invece tra persone serie di cose serie. Orbene, senza dubbio il primo e più importante aspetto della prospettata riforma è la separazione delle carriere tra magistratura giudicante (ovvero i “giudici” veri e propri) e magistratura inquirente, ossia gli uffici del Pubblico Ministero. L’ufficio del PM rappresenta l’accusa, l’avvocato della difesa difende l’accusato, il giudice (terza parte) giudica, sulla base delle prove portate da entrambe le parti.

Questo schemino, in apparenza banale, e peraltro esistente in buone parte dei sistemi giudiziari moderni, garantisce l’effettiva parità tra accusa e difesa. Di fatto attualmente il nostro processo è un misto tra processo accusatorio e inquisitorio, con un deciso sbilanciamento a favore dell’accusa. Lo sbilanciamento deriva non solo dalla normativa, ma anche dal fatto che Pubblico accusatore (o pubblico ministero) e giudice sono colleghi, e domani possono anche scambiarsi i ruoli.

Dalla separazione tra giudici e accusatori deriva anche l’istituzione d due Consigli Superori della Magistratura, che nel progetto sono entrambi presieduti dal Presidente della Repubblica.

Altre norme senza dubbio molto interessati riguardano la responsabilità civile dei magistrati, che devono pagare per i loro errori, come qualsiasi persona o funzionario pubblico, e la carriera per merito, in contrapposizione alla tranquillizzante e comoda carriera per avanzamenti automatici.

Per attuare un riforma di questo tipo i tempi saranno molto lunghi, almeno un anno, né il progetto incide in alcun modo sui processi in corso. Sono quindi sciocche e in malafede le accuse di legge “ad personam” voluta da Berlusconi. Oggi chiunque di noi può trovarsi sotto tiro di un giovane sostituto procuratore, magari squinternato (i magistrati non sono sottoposti ad alcuna prova psico – attitudinale), che lo inquisisce e lo diffama senza motivo, avendo tra l’altro, il magistrato, la sicurezza di non pagare i propri errori.

Non stiamo nemmeno a ricordare analoghi progetti formulati a suo tempo anche da sinistra. Con questa opposizione è perfettamente inutile discutere, tant’è la malafede che la contraddistingue.

Preferiamo parlarvi di una lettura che abbiamo fatto in questi giorni, e che risulta molto istruttiva. “Corruzione al Palazzo di Giustizia” è il più famoso dramma scritto da Ugo Betti. L’introduzione, nell’edizione 1993, tascabili Newton, è di Giovanni Antonucci, uno dei più illustri critici teatrali. Leggiamo insieme alcune parti di questa introduzione:

il ruolo della nostra magistratura è diventato, in questi ultimi venticinque anni, via via sempre più decisivo nelle scelte politiche del Paese. Dal terrorismo degli anni settanta a Tangentopoli, il potere giudiziario ha acquistato un potere talmente rilevante da supplire, spesso e volentieri, il potere legislativo e quello esecutivo. Il più lucido studioso del rapporto tra magistratura e politica ha recentemente parlato di <>, sottolineando la particolarità della situazione italiana, che non ha riscontro nelle democrazie di tipo occidentale. “

Qui Antonucci si riferisce al saggio di Carlo Guarnieri (docente all’Università di Bologna) “Magistratura e politica in Italia. Pesi senza contrappesi”, edizioni Il Mulino, 1992. Potete trovarlo cliccando qui

Proseguiamo nella lettura dell’introduzione al dramma di Ugo Betti: “Ma, anche in altri settori, la nostra magistratura è un fenomeno anomalo. È il caso questo della carriera per anzianità e non per merito; dell’appartenenza del Pubblico ministero allo stesso corpo dei magistrati giudicanti; del ruolo egemonico del CSM; del ridimensionamento di quei valori professionali ed etici che costituivano il collante del potere giudiziario”

E qui Antonucci riprende da pag. 151 del saggio succitato del prof. Guarnieri la seguente frase: “oggi il gruppo di riferimento dei nostri magistrati tende in buona misura a non essere di tipo professionale, ma diventa la classe politica, nelle sue varie articolazioni, l’opinione pubblica, identificata spesso con i mezzi di comunicazione di massa, e soprattutto le correnti (della stessa magistratura) con la loro attività politico-sindacale”

Allora, abbiamo visto bene le date? L’edizione del dramma di Ugo Betti è del 1993, il saggio del prof. Guarnieri è del 1992. E si parla di un problema che ha almeno cinque lustri.

Signori che vi strappate i capelli in difesa della Costituzione, signori magistrati che vi sentite minacciati nella Vostra Indiscutibile Santità e Perfezione, diteci: il critico Antonucci e il prof. Guarnieri scrivevano sotto dettatura del bieco Berlusconi, che già prevedeva di fondare Forza Italia due anni dopo?

Fossi in voi, “aprirei un fascicolo”. Non si sa mai…

PS. Scusate, dimenticavo una cosa.  “Corruzione al Palazzo di Giustizia” è stato rappresentato per la prima volta nel 1949. Berlusconi aveva all’epoca tredici anni. Vuoi  vedere che fosse già così monello da convincere Ugo Betti (magistrato e scrittore) a parlare di giudici corrotti?

Io aprirei un altro fascicolo. Uno più, uno meno…

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