Per lo scoprimento della lapide “garibaldina” a Capo Sant'Alessio, nel messinese, c'erano tutti gli addetti ai lavori: sindaci con le sciarpe di tre colori, assessori, giornalisti, docenti, uno studente, perfino un prete, pronti per la ripresa televisiva e l'immancabile foto ricordo. Peccato che mancasse il popolo; ma non c'è da meravigliarsi perché esso mancò anche durante il “risorgimento”, nonostante Giuseppe Cesare Abba, De Amicis, Carducci e compagnia...si siano sforzati di inventarne la presenza.
Popolo o no, mi chiedo comunque se non sia fuori luogo insistere ancora con la solita ormai più che secolare retorica sul “risorgimento” e sulla figura sempre più controversa di un “mercenario” come Giuseppe Garibaldi. Si vede che non sono bastati ormai vent'anni di studi storiografici (per stare ai più recenti) che, sulla scia di Carlo Alianello della sua “Conquista del Sud” o de “L'Alfiere” hanno studiato e documentato il personaggio sfatando soprattutto il mito della”liberazione” del Regno delle Due Sicilie, un Regno di ben sei milioni di anime che non ardeva per niente di “essere liberato” come recita la “favola” che ci facevano imparare a memoria fin dalle elementari.
Fu una conquista “tragicomica”, come l'ha definita don Bruno Lima nel suo “Due Sicilie 1860. L'invasione”. E dire che la chiamarono “epopea” quando invece, dal punto di vista militare, si trattò di una “passeggiata” che, fino a Napoli fece appena otto morti, come ha scritto Massimo D'Azeglio in una lettera a Michelangelo Castelli il 17 settembre 1860: “Nessuno più di me stima e apprezza il carattere e certe qualità di Garibaldi; ma quando s'è vinta un'armata di 60.000 uomini, conquistato un Regno di 6 milioni, colla perdita di otto uomini,si dovrebbe pensare che c'è sotto qualche cosa di non ordinario...” (Citazione in M. Viglione, 1861. Le due Italie, Edizioni Ares, Milano, 2011).
Non ci fu “guerra” ma, qua e là, delle scaramucce coi borbonici “soldati del Re” che volevano combattere e i loro generali che non davano ordini e fuggivano col denaro procurato dalla massoneria in Inghilterra.“Non sarebbe opportuno ridimensionare l'entità delle vittorie sul campo ottenute da Garibaldi – scrive Nino Aquila ne “La Real Cittadella di Messina” edito da Thule – almeno per quanto riguarda la campagna in Sicilia – e dare una più circoscritta rilevanza al mito che attorno al suo nome è stato, in buona parte artatamente, costruito?”
Ora per la cerimonia di Capo Sant'Alessio, il giornalista-scrittore, onnipresente, Carmelo Duro, non nuovo a queste imprese, ha convinto e coinvolto gli amministratori che, così, hanno continuato imperterriti con la retorica delle lapidi “garibaldine”, per la verità innumerevoli non solo in Sicilia ma in tutta l'Italia, (“da questa finestra si affacciò il 18 luglio MDCCCLX, Garibaldi...”, “qui, il fulvo leone Garibaldi...”, “da questo balcone parlò l'eroe dei due mondi...”, “dietro la porta di questa chiesa dormì, pensando ai destini della Patria, Garibaldi...” etc); nel nostro caso si è voluto incensare un suo seguace, Giuseppe Cesare Abba – per il popolo comunque illustre Carneade – perché ha citato “Sant'Alessio” nel suo “Da Quarto al Volturno”, libretto celebrativo che è stato inserito nella Letteratura Italiana. Che dire? Comprendo che queste cerimonie, nell'attuale “deserto” dei comuni della Riviera Jonica, bucano la cronaca delle gazzette locali e servono a produrre qualche “visibilità” e, chissà, negli organizzatori l'illusione di vivere giorni importanti (a Mandanici, per esempio, per non essere da meno, hanno riesumato la memoria di Sebastiano Maimone, mio bisnonno garibaldino; per fortuna che hanno ignorato che la Maria Grazia Cucinotta nazionale è, per parte di mamma, anch'essa pronipote del “nonno Bastiano” altrimenti chissà che rumore!); tuttavia credo pure che in questi casi un po' di piedi a terra e di spirito critico non guasterebbe.
E poi, importante, una piccola domanda: visto che siamo in periodi di crisi, spendere soldi per pietre, marmi di Carrara, carte, cerimonie e convegni non è uno spreco?
Rozzano MI, 16 aprile 2011
S. Bernardetta Soubirous. DOMENICO BONVEGNA
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.