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mazzolari cesare sudanIntervistare un vescovo missionario del Sud Sudan intorno alle possibilità reali di integrare gli immigrati musulmani nella nostra Italia ha tutta l'aria della provocazione dei soliti guastafeste, all'indomani di una tornata elettorale amministrativa che ha visto, a Milano, la netta vittoria di un candidato che proponeva nel suo programma la costruzione di una grande moschea e la netta sconfitta di chi si opponeva apertamente a quel progetto.
di Rodolfo Casadei da Tempi

Come potrebbe non invitare alla diffidenza e al sospetto un uomo che è stato testimone del più grande e violento tentativo di islamizzazione forzata di una popolazione nel corso del Novecento? Che ha visto opprimere, distruggere, uccidere per imporre l'islam ad animisti e cristiani?

Ma l'intervista esce facilmente assolta dalle accuse di strumentalizzazione se dall'altra parte si trova la coscienza cristallina di monsignor Cesare Mazzolari, missionario comboniano da trent'anni al servizio del popolo sud-sudanese e dal 1999 vescovo di Rumbek (di cui era stato vicario apostolico sin dal 1990).

Perché il 74enne missionario bresciano è sempre stato un testimone della giustizia, per nulla fazioso e abituato a parlare con lingua diritta. Tanto per capirci, ad arrestarlo e a espellerlo per un certo tempo dalla sua missione non sono stati i militari islamisti del Nord, ma i guerriglieri sudisti dell'Spla, le cui azioni reprensibili ai danni della popolazione lui denunciava coraggiosamente.

Consapevole che il bene e il male non stanno tutti da una parte o dall'altra, Mazzolari parla senza livore e con cognizione di causa. Ma anche senza sconti per nessuno.

Eccellenza, anche a causa della recente campagna elettorale il tema della costruzione di moschee in Italia è tornato d'attualità. Come vede lei la questione della presenza musulmana nel nostro paese e dell'edificazione di luoghi che non sarebbero solo di culto, ma di aggregazione e di promozione del proselitismo?
Creare le condizioni per l'approfondimento del fattore religioso che esiste nella persona è cosa positiva, ma deve essere fatto in modo che l'esercizio della libertà di culto non diventi poi una piattaforma per creare situazioni che non sono religiose, ma di sopravvento sociale e politico. A questo riguardo sono molto preoccupato, perché vedo in giro una grande ignoranza circa la natura e i contenuti delle grandi religioni: ebraismo, cristianesimo, islam.

E per quanto riguarda quest'ultimo, succede che gli ingredienti più sgradevoli dell'atteggiamento islamico la gente li scopre nel lungo periodo, dopo aver trattato gli interlocutori con bonarietà eccessiva, dovuta alla mancanza di informazione. Nel popolo italiano oggi si combina uno scardinamento della conoscenza e della pratica della fede cristiana con un senso eccessivo di bonarietà nei confronti delle manifestazioni di altre religioni.

Come missionario non ho avuto molti rapporti diretti con l'islam, perché nel Sud la presenza dei musulmani è minoritaria. Ma i miei confratelli nel Nord hanno subito molte interferenze: ci hanno tolto scuole, chiese e altri ambienti in cui formavamo e annunciavamo il cristianesimo; ci hanno negato i permessi e i terreni per costruire altre chiese e scuole.

Ora siamo molto in apprensione per quello che accadrà alla Chiesa nel Nord del Sudan dopo la secessione del Sud, perché si prevede l'applicazione universale della sharia, anche con modalità crudeli, come nel caso del taglio delle mani per chi ruba e di punizioni fisiche severe per altri crimini. Sarebbe l'epilogo di una storia iniziata quasi dieci secoli fa, quando i musulmani sono arrivati in un paese abitato interamente da popolazioni nilotiche, hanno distrutto ogni segno di presenza cristiana e hanno spinto gli indigeni verso sud; hanno preso a chiamarli "kaffir", infedeli, e a trattarli come schiavi.

Nei tempi recenti, abbiamo subito una guerra atroce, totalmente ingiusta e terroristica che è durata 22 anni e ha causato 2 milioni di vittime civili, morte per bombardamenti indiscriminati e per carestie provocate facendo mancare il cibo al popolo del Sud per eliminarlo fisicamente. La propensione islamica a condurre un'aggressione che è anche religiosa è qualcosa che l'europeo non sa riconoscere.

I musulmani hanno la tendenza a occupare spazi attraverso la forma della religione, che nessuno in Europa si sente in diritto di contrastare, ma che poi si estende a tutta la vita sociale, civile e anche politica; non è un'infiltrazione pacifica, ha i suoi elementi rivoluzionari e convulsi che sono tipici del loro sistema. Mentre noi guardiamo al tutto con una bonarietà che è dovuta alla mancanza di conoscenza.

Anche la Chiesa sarebbe vittima di questa ignoranza?
Roma e la Chiesa missionaria sono consapevoli della realtà delle cose, soprattutto della condizione quasi catacombale della Chiesa nei paesi dove domina l'islam. Ma come nazione italiana forse siamo troppo giovani per comprendere cosa accadrà da qui a pochi anni se continuiamo a tenere aperte le porte senza operare uno scrutinio attento di coloro che entrano.

È giusto aprire le porte ai bisognosi ma per un tempo determinato e in uno spazio determinato; invece mi pare che la mancanza di conoscenza ispiri una bonarietà della quale forse ci pentiremo nel giro di pochi anni, perché i nuovi entrati avranno preso il sopravvento in molte situazioni.

Il dibattito sugli immigrati di fede islamica normalmente ruota attorno a due concetti che finiscono per scontrarsi: la necessità dell'integrazione e il rispetto per la diversità, che in questo caso è anche differenza di religione, Si possono conciliare le due cose?
Può integrare solo chi ha una genuina identità. Essere influenzati da un'altra religione mentre la nostra identità si fa ambigua, può solo ulteriormente indebolire l'identità degli italiani, cattolica per fede o per cultura. Ma se uno dei due soggetti è identitariamente debole, l'integrazione non può avvenire.

A me sembra che agiamo più per sentimentalismo, per entusiasmo superficiale; ma se non siamo innanzitutto innamorati della nostra identità, della nostra cultura, di una tradizione di fede che è fondamentale per il popolo italiano, non ci sarà vera accoglienza e non ci sarà integrazione.

Un altro tema spesso evocato è il principio di reciprocità. Come applicarlo?
La reciprocità è certamente opportuna, ma ribadisco il concetto di cui sopra: innanzitutto io devo sentire la responsabilità di quello che sono; devo portare rispetto verso l'altro, ma anche rispettare quel che rappresento io, che cosa ho il diritto di ricevere e che cosa ho il dovere di fare. La reciprocità è una strada a doppio senso, dove devo accettare che gli altri esercitino i loro diritti e la loro responsabilità, ma senza dimenticare i miei.

Oggi la reciprocità è difficile da realizzare perché da una parte manca il senso di responsabilità per la nostra storia e la nostra identità, e dall'altra abbiamo persone che arrivano qui fuggendo da situazioni di guerra e di povertà: la loro prima preoccupazione è la sopravvivenza, non si pongono il problema della reciprocità, di contribuire al bene comune, di diventare parte di un'altra nazione. Perciò è alto il rischio che queste persone scivolino nell'illegalità e nell'assistenzialismo; in una parola, che diventino un fattore di disturbo permanente per la nostra società.

Quale è l'ostacolo più grande nel dialogo fra cristiani e musulmani?
È il fondamentalismo. Fra credenti fondamentalisti non può esserci dialogo. Se invece vivono una fede serena, libera, pacificante, il dialogo nascerà spontaneo. La persona islamica serena è un amico fedele, mentre il fondamentalista è imprevedibile ed è molto sensibile alla pressione della sua comunità. Evidenziando i valori che abbiamo in comune accresceremo la comprensione reciproca: preghiera, digiuno, elemosina sono tutte cose che abbiamo in comune. Le nostre religioni hanno in comune l'idea di fare il bene: se evidenziamo questo cresceremo insieme.

Oltre al fondamentalismo ci sono altre fonti di incomprensione?
I cliché e la rievocazione di fatti storici scabrosi del passato. C'è chi si inasprisce contro la Chiesa per scandali che preti o vescovi hanno dato individualmente; e c'è chi guarda con disistima a tutti i musulmani avendo presenti i comportamenti dei più ricchi fra loro, che sono una minoranza. Poi c'è la questione del terrorismo, che tanti identificano scorrettamente con l'islam: il terrorismo non è proprietà esclusiva del mondo islamico, ma molta gente lo pensa.

Per i cristiani sono molto importanti valori evangelici come la riconciliazione, il perdono, il desistere dalla vendetta; ma spesso questi elementi non si trovano immediatamente nel modo di esprimere la loro religiosità da parte dei musulmani, che enfatizzano piuttosto il pregare e l'elemosina. Ma sono ben lungi da un sentimento immediato di riconciliazione e di perdono: lì ci troviamo in terre diverse.

Come immagina il futuro religioso del nostro paese fra venti o trent'anni?
Perché non sia sconfortante bisogna ripartire dalle scuole: non avere paura di esporre i crocefissi nelle aule e parlare chiaramente delle tre grandi religioni del mondo, attraverso un'istruzione approfondita, senza chiudere gli occhi e le orecchie di fronte alle evidenze. Ho partecipato recentemente a un convegno di giovani, e ho ascoltato un professore che diceva: per portare la pace, prima dobbiamo averla dentro di noi.

Giusto, ho detto io, ma la sorgente della vostra pace personale qual è? In quanto peccatori, noi non siamo capaci per natura di avere durevolmente questa pace e serenità. Qual è la sorgente di questa pace? Per noi è Cristo, è Lui la nostra pace. Su queste realtà fondamentali del cristianesimo noi troppo spesso sorvoliamo.

Invece meritano di essere coltivate nella scuola, nella famiglia, nella chiesa, nelle associazioni. La gioventù italiana è generosa, solidale, entusiasta e animata di spirito fraterno. Ma ha bisogno di guida nella fede per esprimere al meglio tutte le sue qualità.

Come dovrebbero essere i rapporti fra Stato e islam nel nostro paese? La consulta per l'islam italiano presso il ministero degli Interni creata nel 2005 secondo lei è una soluzione?
È giusto favorire l'organizzazione e l'aggregazione degli immigrati musulmani, ma in una forma controllata: non può essere un processo lasciato a se stesso.

Perché loro si costituiscono in maniera molto forte, molto dinamica, con l'appoggio dei governi dei paesi islamici. Perciò deve esserci una struttura dello Stato che li governa, che esercita un controllo e garantisce per loro, e se questa struttura afferisce a un ministero, tanto meglio. Questo è molto importante realizzarlo, perché altrimenti prevale la loro tendenza a evadere, a presentarsi come vittime, a fare appello ai diritti umani.

Allora o li integriamo, chiedendo loro di essere parte di un sistema ministeriale, oppure saremo impotenti a guidarli e a correggerli, e cercheranno ogni pretesto per affermare che noi stiamo violando i loro diritti umani. E questo fanno sempre in fretta a farlo.

© http://www.ilpredellino.it/online/index.php - 9 giugno 2011