la-onorata-societa-copertinaNelle puntate precedenti ho fatto riferimento alla casta dei politici e dei sindacati, ma non ci sono solo loro, non dimentichiamo le castine, scrivono Carmelo Abbate e Sandro Mangiaterra, nel loro L'onorata società, edizione Piemme, 2009.
“Il Paese è bloccato - diceva Emma Marcegaglia - e c'è un unico modo per venirne fuori: varare le riforme di cui ha bisogno”, lo ribadiva pure il governatore della Banca d'Italia. Purtroppo però tutti parlano di riforme, ma nessuno li fa e rimane tutto come prima. Piace così ai politici ma a quanto pare anche alla cosiddetta società civile e così da destra e da sinistra, non si contano gli appelli alla fantomatica società civile. Ma quando vediamo come si comportano i baroni universitari, i giornalisti, i banchieri, i professionisti e tanti altri, allora non si può che concludere con gli autori de L'onorata società: “la società civile non esiste. O quanto meno ha gli stessi malcostumi, vive le stesse contraddizioni, segue gli stessi modelli di comportamento di chi li rappresenta. Anzi, i nessi di causa ed effetto probabilmente vanno invertiti: sono proprio i tanti gruppi blindati della società civile a frenare lo sviluppo del Paese; la politica non è che un loro specchio”.

In Italia le castine, le lobby sono fortissime,“con i loro interessi di bottega, spesso corporativi, che vengono regolarmente anteposti a quelli collettivi. Con la spasmodica ossessione per la salvaguardia di privilegi ottocenteschi. Con l'attaccamento al potere e la scarsa apertura verso i giovani. Con la disattenzione nei confronti della meritocrazia, alla quale si preferiscono il familismo, lo spirito di appartenenza e la fedeltà alla cordata vincente”, queste “arciconfraternite del potere”, come li chiamava Guido Carli, ex governatore della Banca d'Italia, condizionano non solo le scelte legislative e di governo, ma anche la nostra vita.

Il libro di Abbate e Mangiaterra fa un viaggio dentro “l'onorata società” italiana e le cento, mille castine che la compongono. E' un libro che fotografa bene i mali del nostro Paese, in pratica della cosiddetta società civile. I vizi e le virtù delle varie categorie, dei professionisti, degli imprenditori, degli uomini di finanza, dei docenti universitari, dei signori della salute.

Intanto gli autori del saggio sostengono che l'Italia non è un Paese per i giovani. Il 53,5 per cento degli imprenditori ha più di 60 anni. L'età media dei professori di scuola supera i cinquanta. Urge un ricambio generazionale. Inoltre non è neanche un Paese per donne. Il tasso di occupazione femminile è 12 punti al di sotto della media europea.

“Da qualunque parte la si guardi, la fotografia è chiara: l'Italia è un Paese bloccato. Che non cresce, che non valorizza le sue risorse, che rifiuta di competere sulle idee, che ha una tremenda paura del nuovo. La nostra è una società ingessata”.E' il trionfo “dell'Italia mucillagine”. Intanto la crisi internazionale avanza e noi ci ritroviamo con una “classe dirigente che si annida nella vetta della piramide e manda tutto il resto all'inferno”, dice Giuseppe De Rita.

Nell'ultima edizione annuale rapporto Doing business, stilato dalla Banca mondiale, dove si fa la classifica dei Paesi in cui conviene investire, ci ritroviamo al 65° posto, più avanti dell'Italia c'è il Perù, Botswana...In Italia abbiamo un sistema giudiziario da far paura, lentissimo. All'estero fanno un lungo elenco delle contestazioni che ci vengono mosse: “eccessiva presenza dello Stato nell'economia (specie nei trasporti e nell'energia), la rigidità nel mercato del lavoro, l'inadeguatezza delle infrastrutture, la scarsa trasparenza delle normative, la forza dei sindacati”. Inoltre il “Sole 24 Ore” ha stimato che i Comuni spendono 300 euro all'anno per ogni cittadino solamente per i servizi di anagrafe, tributari, tecnici e di segreteria”. A fronte di tutto questo c'è il grosso problema della criminalità organizzata. “La mafia è diventata una holding da 130 miliardi di euro di fatturato e registra 70 miliardi di utili all'anno”. In pratica è l'unica grande azienda che non viene minimamente sfiorata dalla recessione (...)il ramo commerciale della criminalità (droga, usura, estorsioni, rifiuti, contrabbando, traffico di armi, contraffazioni alimentari) vale il 6 per cento del Prodotto interno lordo. Roger Abravanel, in un saggio, Meritocrazia, è perentorio: “L'Italia è probabilmente la società più disuguale e ingiusta del mondo occidentale”. In pratica abbiamo un'alta disuguaglianza e una bassa mobilità. Chi è povero resta povero per tutta la vita.

E' possibile una rivoluzione silenziosa, di metodi, di valori, idee che arrivi a cambiare la politica a spazzare via le caste e le castine? Forse, ma dovrebbe partire dal basso, dai giovani. Ma chi pensa ai giovani? Ci dicono che siamo egoisti quelli che vogliono andare in pensione senza ulteriori innalzamenti dei tetti pensionabili. Ma come faranno i giovani a iniziare a lavorare se l'asticella delle pensioni si alza sempre?

Ha sollevato scalpore la notizia di fine estate dove nel territorio di Caltanissetta, credo l'Ato, abbia bandito un concorso per soli 3 posti a tempo determinato, per guidare il camion della spazzatura, hanno presentato la domanda circa 1.500 candidati, tra questi molti laureati e diplomati, questa è la fotografia drammatica dei giovani e del lavoro in particolare al Sud.

Nel prossimo servizio mi occuperò delle università, dei privilegi dei vari baronati, a volte veri faraoni, del nepotismo e del clientelismo, degli sprechi, dei concorsi truccati. A questo proposito mi avvarrò anche dell'interessante saggio del professore Roberto Perotti, L'università truccata, Einaudi, 2008. Inoltre merita attenzione anche il mondo della celluloide, il Cinema, dove ci sono numerosi e potenti faraoni che difendono i loro privilegi con i soldi dei contribuenti. Vedremo come lo Stato, cioè noi, finanziamo centinaia di film flop, che vanno tutti in profondo rosso, addirittura molti non arrivano neanche nelle sale. E poi la casta dei giornali, un'industria largamente sovvenzionata dallo Stato e che ci costa l'incredibile cifra di 700 milioni di euro l'anno. Ci sono giornali che vivono attingendo alle risorse statali, che non vendono una copia. Aldo Forbice e Giancarlo Mazzuca si chiedono se sia giusto sostenere la libertà di stampa a carico dello Stato: si deve consentire la sopravvivenza di giornali piccoli o, addirittura, semiclandestini, se il mercato li rifiuta?

 

 

Rozzano MI, 23 settembre 2011

S. Pio da Pietrelcina                                                        DOMENICO BONVEGNA

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