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Angelo Panebianco - © www.corriere.it - 21 gennaio 2013

Più che gli economisti, al capezzale dell'Italia, servirebbero gli psicologi. La ripresa dei consumi interni, senza la quale non si esce dalla fase recessiva, è bloccata da una generalizzata crisi di fiducia, da aspettative negative sulle condizioni future. La campagna elettorale in corso non sta fornendo rimedi per modificare questi atteggiamenti.

La vera causa della sfiducia nel futuro non è presente, se non marginalmente, fra i temi della campagna elettorale. Essa consiste nell'aggravamento - dovuto alla crisi economica - della tradizionale diffidenza dei cittadini nei confronti dello Stato, una diffidenza che, a sua volta, alimenta le aspettative negative di ciascuno sul (proprio) futuro.
I politici parlano di «riforme» ma fingono di non sapere che lo Stato italiano è fin qui risultato irriformabile e che di tale irriformabilità c'è ormai generale consapevolezza. Pesano sia le nostre immarcescibili tradizioni amministrative sia tanti errori commessi, nel corso del tempo, dai governi (da tutti i governi). Prendiamo l'ultimo esempio: il Redditometro. Non ha importanza che adesso si dica che verrà applicato in modo blando. La frittata è fatta. Basta infatti leggere di che si tratta per chiedersi: «Ma in che mani siamo? Come ci si potrà mai fidare di uno Stato simile?». Bisognerebbe domandare a coloro che hanno materialmente compilato il Redditometro: «Ma voi, in coscienza, vi fidereste di voi stessi?».

 

La crisi aggrava una antica e mai risolta sfiducia dei cittadini nello Stato (a sua volta, causa della sfiducia nelle prospettive future). Il successo di pubblico che hanno sempre ottenuto le puerili parole d'ordine sulla «riscossa della società civile» è una spia di quella sfiducia, unita al tentativo di identificare il capro espiatorio nei soli politici di professione e, in definitiva, nella democrazia rappresentativa.

 

L'irriformabilità dello Stato dipende dal fatto che le tradizioni culturali (giuridiche, in particolare) del Paese, e una vasta ragnatela di interessi politici e burocratici, hanno impedito che l'amministrazione venisse investita da una rivoluzione liberale, capace di convertire la diffidenza in fiducia. Decenni di vita democratica sono serviti a poco. L'amministrazione dello Stato continua imperterrita a operare secondo antichi principi illiberali: retroattività delle norme, inversione dell'onere della prova (sempre a carico del cittadino), una prassi per la quale è vietato tutto ciò che non è esplicitamente permesso. La democrazia, semmai, accrescendo il numero degli interessi in gioco, ha aggravato i mali antichi. Ha favorito una proliferazione e una complicazione delle norme che esaltano la discrezionalità politico-amministrativa. Ogni tanto si sente invocare la semplificazione del quadro normativo. Ma sono parole al vento. Una vera semplificazione toglierebbe spazio alla discrezionalità e troppi interessi ne verrebbero danneggiati.

 

C'è, sullo sfondo, anche il «tradimento dei chierici», dovuto all'attività di molti fra i giuristi che fanno i consulenti per l'amministrazione e a quei professori di diritto che hanno contribuito a forgiare le mentalità di coloro che nell'amministrazione operano.
Ad alimentare la sfiducia, oltre alle tradizioni amministrative, concorrono gli errori dei governi. Ivi compresi quelli del «governo tecnico».

 

Sarebbe ingeneroso accusare il governo Monti di non aver posto rimedio ai mali antichi sopra indicati. Ma è anche vero che non ci sono stati molti segnali che andassero in quella direzione. Forse anche perché del governo facevano parte vari esponenti di spicco dell'amministrazione.

 

Nel caso del governo Monti, tuttavia, non si può parlare di tradimento dei chierici. Certi errori (che hanno contribuito all'incertezza e alla sfiducia) sono ascrivibili ad altre cause. Prendiamo il caso dell'Imu. Come si fa, in un Paese di proprietari di case, per giunta in una fase di caduta della domanda interna, a mettere una tassa la cui reale entità finale resta sconosciuta ai contribuenti per mesi e mesi? Puoi anche accettare di pagare una nuova tassa ma è obbligatorio che la sua entità ti sia immediatamente nota. In caso contrario, viene meno la capacità dei singoli o delle famiglie di fare calcoli e progetti, di prendere decisioni di spesa. Il fatto che l'entità della tassa che ciascuno doveva pagare sia rimasta avvolta nel mistero per troppo tempo ha contribuito all'incertezza, al rinvio delle spese e, quindi, alla «gelata» dei consumi.

 

In questo caso, nell'errore, non hanno pesato le tradizioni giuridiche o gli interessi della burocrazia. L'ipotesi di chi scrive è che abbia giocato un ruolo, piuttosto, l'eccesso di macro-economisti presenti nel governo, persone addestrate a pensare in termini di modelli econometrici, di flussi, e di macro-grandezze, poco propense a mettersi nei panni dei consumatori o dei produttori, a ragionare sulle loro aspettative e sui (micro)comportamenti conseguenti.

 

Le componenti che alimentano la sfiducia nel futuro, deprimendo l'economia e facendo di quella sfiducia una profezia che si auto-adempie, sono molte e complesse. La principale sembra consistere in un diffuso giudizio negativo sulla affidabilità dei governi (intesi in senso lato, strutture amministrative comprese). Se è questo il problema italiano, di questo dovrebbe occuparsi la campagna elettorale. Ma, di sicuro, ciò non accadrà.